Jean Leonard Touadi, giornalista e conferenziere africano

Touadi, nato 49 anni fa in Congo-brazzaville, è oggi insieme a Dacia Valent ( parlamentare europea) l’unico politico d’origine africana in Italia e uno dei rari politici di origine straniera.

Jean Leonard Touadi scrittore, conferenziere e giornalista è in Italia dal 1979. Nel 2006 è entrato a far parte della classe politica italiana come assessore alla sicurezza, alle politiche giovanili e all’Università nel comune di Roma introducendo un nuovo modo di fare politica, un approccio più diretto con la società civile. “Una esperienza umana formidabile – dice Touadi- della sua prima esperienza politica, lavorare a stretto contatto con la gente, risolvendo i problemi alla radice, è qualcosa che fa crescere molto e fa assumere una consapevolezza enorme della realtà dei cittadini” .

Contentissimo del risultato di queste ultime elezioni 2008 Touadi si propone e spera in un possibile cambiamento di toni e approcci alla politica: ” una politica meno urlata, con più attenzione al dialogo e all’ascolto” .

Giornalista Africano in Italia, innamorato del vecchio continente vive ogni giorno accanto alla tragedia silenziosa delle migliaia di bambini africani che muoiono di fame ogni giorno, e da anni si batte contro quella che si chiama ‘la geopolitica del cinismo’ e si impegna a raccontare agli italiani cos’è l’Africa: ” Voi ci vivete come un parente povero, di cui ci si vergogna, salvo poi mandarci una giacca vecchia a Natale. Soffro quando vedo che voi ci identificate soltanto con la guerra e la fame, e non raccontate la normalità, l’allegria e la felicità della mia gente”

Touadi che dopo una lunga gavetta ha raggiunto in Italia il benessere ed il successo riesce sempre ad avere una doppia lettura (nord e/o sud del mondo) dell’attualità. Da anni collabora con programmi televisivi/radiofonici e con numerose riviste italiane ( tra cui la rivista del Vis: un Mondo Possibile) legate a temi dell’immigrazione, intercultura, globalizzazione e cooperazione allo sviluppo.

Attento al “sistema-mondo” Touadi condivide con i Vis l’orizzonte di un mondo possibile e un anno fa ha pubblicato il suo primo libro: L’Africa in pista, storia, economia e società tra la serie di pubblicazioni che il Vis ha curato insieme alla casa editrice SEI.

L’Africa in Pista è una riflessione Africana, un sollecito a ripensare il concetto di sviluppo, un viaggio dentro la storia del continente africano, una proposta di cooperare seriamente con i popoli africani, non solo in situazioni di emergenza. Un sollecito a creare progetti di sviluppo ponendosi non solo davanti ma a fianco agli Africani, liberandoci da luoghi comuni e pregiudizi.

Quello di Touadi è un invito ad un nuovo impegno politico e ad un nuovo modo di fare cooperazione e sviluppo dove la diversità diventa ricchezza, dove cooperare è aiutare i territori e le comunità a riscoprire le risorse endogene, la fiducia in se stessi. Questo devono fare – dice Touadi – gli “amici sinceri” del continente Africano.

L’Africa non è il continente di un momento, è il continente di sempre. Soprattutto è un continente

che fa parte del mondo, un continente come tutti gli altri. La storia degli altri continenti ci dà la

certezza che le cose possono cambiare nel corso della storia.





ORIZZONTI AFRICANI

di Jean Léonard Touadi
 
 Appare assai arduo il compito di fare in una presentazione unica, necessariamente limitata, la situazione dell’Africa da vari punti di vista e con particolare riferimento ad alcune aree geografiche. Una tale presentazione, seppure nella sua funzione di introduzione, assume in partenza i connotati di un punto di vista specifico e, proprio per questo, esposto alla libera discussione. Questo rischio, una volta riconosciuto e assunto, diventa un vantaggio per la ricerca e la sistemazione degli elementi della riflessione resa agevole dal riconoscimento di un punto di vista parziale e non per questo di parte. Quali sono le piste di ricerca suscettibili di guidare una tale ricerca? Certamente l’angolo di visione dei problemi affrontati si sforza di avvicinarsi il più possibile a quello della storia, dell’antropologia, della sociologia, dell’economia e delle ricostruzioni consapevoli che intorno a queste discipline alcune figure significative africane hanno compiuto (Joseph Ki-Zerbo, Cheick Anta Diop; Eboussi Boulaga; Samir Amin, Jean Marc Ela; Achille Mbembé; Elikia Mbokolo…ecc. “Dalla parte dei leoni” anche le analisi e le consapevolezze maturate rispetto ai nodi essenziali e drammatici della politica, dell’economica e del sociale con particolare riferimento alle vittime silenziose degli effetti perversi di queste dinamiche. Una attenzione particolare meritano, in questa riflessione, i segnali positivi, quei germi di speranza che la società africana nella sua parte più sana e viva ha generato e continua a generare nei “sotterranei” della storia ufficiale. Su questi germi si basano le prospettive che, modestamente, l’osservatore interessato delle “cose africane” si sente di delineare nell’attesa, molto probabile, di una sonora smentita che conferma il vecchio adagio che dall’Africa occorre sempre aspettarsi cose nuove che, speriamo, buone e belle. E ciò nonostante il fatto che la drammaticità della “situazione dell’Africa con particolare riferimento ai paesi dei Grandi Laghi e del Corno d’Africa” possa portare taluni ad iscriversi al club degli afropessimisti. Anche qui è una questione di punti di vista e di assunzione di responsabilità. Questi avvenimenti possono essere letti come spasimi senili di un organismo in deliquescenza. In tal caso non ci resta che aspettare, con il cuore in gola, la fine dell’agonia per celebrare i funerali delle speranze di tutto un continente. Oppure sono da considerare come convulsioni infantili di un corpo in crescita. Noi propendiamo, evidentemente, per la seconda ipotesi. L’Africa è un corpo giovane che ha bisogno di vitamine e di anticorpi per proseguire la crescita in modo sano e robusto. Suggerisco, pertanto, di analizzare l’attuale fase della sua evoluzione seguendo due assi principali distinti ma non separati. L’obiettivo è quello di offrire una panoramica non esaustiva – non trattandosi di una compilazione di materiale di pura erudizione sulle tematiche affrontate – ma in grado di fornire linee di interpretazione e materiali per un approfondimento. I due assi individuati – l’Asse politico-economico-sociale e l’Asse geopolitico e prospettico – si intersecano; si scontrano e si completano per impedire di risolvere sbrigativamente questioni caratterizzate dalla loro intrinseca complessità e diversità. Inoltre, la chiave storica accompagnerà e informerà trasversalmente tutte le nostre analisi sottolineando l’importanza delle sedimentazioni del passato nei vari ambiti della nostra riflessione sul continente. Se la storia è maestra di vita in generale per gli individui e per i popoli, la storia tutta particolare dei popoli africani, soprattutto in seguito all’inizio della sua occupazione da parte dell’Europa,
 

A. ASSE POLITICO-ECONOMICO-SOCIALE

A.1. Asse politico

1.a. I Modelli politici
La colonizzazione ha significato per il continente africano l’usurpazione, attraverso la violenza, dello spazio e del tempo intrinseci. L’occupazione militare ha imposto un modello di organizzazione politica eterogenea, non in continuità cioè con le concezioni tradizionali e le sue forme di esercizio del potere. La struttura ancestrale del potere è stata soppressa, delegittimata o affiancata al potere coloniale. Considerando il fatto che il potere in varie culture politiche africane era un punto di coesione fondamentale che metteva insieme gli aspetti politici, religiosi e sociali, questo colpo di stato ha destabilizzato in modo duraturo le società africane. Ma il fatto coloniale ha anche interrotto brutalmente il tempo africano. Nel grande solco della storia locale scandita seguendo modalità compatibili con l’identità culturale e il patrimonio storico dei popoli d’Africa, si è inserita un tempo tiranno; il tempo di una parte dell’umanità con pretese di universalità. Sulla propria terra, alienata rispetto alle proprie evoluzioni storiche, i popoli africani hanno sperimentato la ferita dell’estraniazione rispetto a se stessi. L’usurpazione dello spazio e del tempo ha avuto delle ripercussioni sull’evoluzione politica dopo la lunga notte coloniale.
l’eclisse del nazionalismo anticoloniale e il mimetismo costituzionale: con la proclamazione delle indipendenze, i leaders politici africani si sono sostituiti agli amministratori coloniali ereditandone non solo la filosofia politica – i poteri coloniali erano regimi totalitari ed illiberali- ma anche i moduli amministrativi repressivi e al servizio di interessi extra-africani. Le premesse ideali e programmatiche della lotta anticoloniale resistono poco alla prova della gestione quotidiana della “res pubblica”. In questa deriva autoritaria dei nuovi poteri africani non sono estranei i condizionamenti esteri originati dalla guerra fredda che subisce una impennata proprio negli anni ’60. Pochi leaders illuminati hanno cercato di tradurre in atti di governo gli indirizzi programmatici della lotta anticoloniale. Esperimenti interrotti prematuramente come quello di Lumumba in Congobelga; parzialmente riusciti come quello di Nkwame Nkrumah in Ghana o di J. Nyeréré in Tanzania o totalmente falliti come quello di Sékou Touré in Guinea. Altri leaders della nuova generazione come Amilcar Cabral in Capo Verde e Guinea Bissau e Thomas Sankara rappresentano altrettanti tentativi interessanti di inventare un modo nuovo di fare politica. Chi ha impedito la maturazione di queste esperienze? Perché le alternative al mimetismo costituzionale ed istituzionale non hanno ricevuto mai ricevuto il plauso dei partners europei dell’Africa? Come mai i popoli non hanno mai lottato per difendere gli ideali di libertà; di rinnovamento socioeconomico di cui erano instacabili araldi questi leaders lungimiranti? Sono domande che meritano attenzione e ogni situazione locale andrebbe studiato e approfondito con dovizia. Fatto sta che la mancanza di immaginazione politica e di creatività costituzionale ha condannato i paesi africani al mimetismo istituzionale. Più nella forma che nella sostanza il potere in Africa ha assunto i contorni istituzionali e costituzionali in vigore nei paesi ex potenze colonizzatrici. Un mimetismo solo formale. Che significato aveva l’applicazione dei principi del materialismo storico marxista in contesto africano? Quale poteva essere il significato della rivoluzione proletaria in paesi privi di capitalismo, di borghesia e di proletari? Oppure, che senso aveva l’opzione liberale in economia in paesi senza capitali e capitalisti? In ogni caso, qualunque siano state le opzioni politiche formalmente enunciate, in tutti i paesi, ad eccezione del Sénégal, vigeva il principio del “centralismo democratico” addomesticato alle esigenze del potente di turno, ossia la centralità del partito unico e di tutte le organizzazioni derivate; la repressione di ogni forma alternativa di organizzazione sociale; il culto della personalità…ecc. Gli avvenimenti di quest’ultimo decennio di democratizzazione stanno ad indicare che non bastano la presenza di istituzioni formalmente equivalenti a quelle esistenti nei paesi di antica tradizione democratica per indicare la maturità democratica di un paese. Anzi, esse sono spesso la maschera ideale di pratiche politiche in continuità con il monopartitismo. La farsa di elezioni politiche vinte in anticipo dal presidente “regnante”; l’imbavagliamento della stampa e dell’opposizione; i condizionamenti socio-ambientali esercitati sui gruppi che lottano per l’affermazione di una società libera ed aperta a tutti i livelli, sono i segni evidenti di una democrazia claudicante messa in atto dai nostalgici del monopartitismo che hanno deciso di cambiare tutto per non cambiare niente. Poteri totalitari costretti dagli avvenimenti ad adottare un linguaggio formalmente democratico con una sostanza politica illiberale; una gestione violenta dei conflitti sociali; una mancanza totale di trasparenza nella gestione dei beni pubblici. Eppure, sta maturando l’esigenza di inventare forme alternative di gestione della politica partendo dalle realtà socioculturali di ciascun paese e tenendo conto dei condizionamenti geopolitici ed economici del paese in questione. Occorre mettere fine al mimetismo istituzionale formale per dare sostanza e linfa ad una organizzazione della politica in grado di riflettere le società africane; di risolverne le contraddizioni e di canalizzarne le energie.
 • L’instabilità politica: è una costanza della politica africana post-indipendenza. L’alternanza al potere nei tre decenni 1960-1990 è avvenuta attraverso modalità poco democratiche. Il colpo di stato, spesso cruento, è la forma più diffusa di accesso al potere durante quegli anni. Paesi come il Burkina Faso, il Benin, il Ghana e altri ancora battono dei record negativi di colpi di stato a ripetizione; mentre altrove la longevità politica dei Padri Fondatori della Nazione si basava sull’esercizio autocefalo del potere che cooptava, spesso su basi etniche, i collaboratori. La durata media dei governi non superava un anno di esercizio; il valzer dei governi era direttamente mirato a rafforzare l’egemonia del presidente e del suo clan sull’intera vita nazionale. Anche l’ingerenza delle potenze esterne ha contribuito all’instabilità attraverso l’attiva partecipazione dei servizi segreti esteri all’investitura di “governi amici”. La Francia è la campionessa fuoriclasse di questo interventismo neocoloniale che ha pesantemente condizionato l’evoluzione politica nel continente. La stabilità politica è un valore senza il quale è impossibile portare a termine un progetto di governo sociale dei conflitti e di crescita economica. Questa stabilità non deve essere confusa con la perennità al potere di dirigenti buoni per tutte le occasioni. La politica africana ha bisogno di una classe politica nuova e giovane di idee e di proposte. Contrariamente ai clichés stancamente ripetuti, l’Africa potrebbe esprimere oggi una classe dirigente migliore di quella dei decenni passati. Non sempre i contesti nazionali e i condizionamenti esterni favoriscono la loro ascesa al potere. Spesso costretti all’esilio, essi sono condannati all’impotenza di una politica fatta dall’estero nei convegni e nei dibattiti organizzati nei luoghi d’esilio senza una reale incisività sui processi reali nei paesi d’origine.
 

1.b. Stati senza nazione
Il nazionalismo anticoloniale africano è stato, tutto sommato, un fatto elitario e minoritario. Esso ha rappresentato una necessità di “legittimazione moderna” delle élite per suscitare attorno alla loro azione un movimento di massa anticoloniale. Questo nazionalismo teorizzato ha fallito nell’opera di creazione della nazione come sostanza politica e, nello stesso tempo, distruggendo lo stato. E’ proprio questa dicotomia tra stato e nazione che costituisce il peccato originale delle indipendenze africane. Tracciando a tavolino le frontiere dei possedimenti coloniali, la Conferenza di Berlino ha inaugurato la fase di creazione di stati artificiali. Stati imposti dove il sentimento nazionale era assente. Ciò che mancò alla fine della colonizzazione è la costituzione di un patto nazionale in grado di conferire agli stati artificiali un percorso collettivo verso la piena coincidenza tra stato e nazione. Un patto capace di coagulare gli interessi delle varie etnie in una sintesi nuova. Finora la confisca dello stato da parte di gruppi ristretti a scapito di altri ha congelato le dinamiche di aggregazione nazionale. Le Conferenze Nazionale, quei storici momenti di dibattito a tutto campo all’inizio dei processi di democratizzazione, avrebbero dovuto convogliare tutte le forze vive dei paesi verso la costituzione di una “volonté générale” nazionale; ridefinire cioè le finalità e le modalità della costituzione di un progetto nazionale in grado di armonizzare i vari interessi etnici od altri presenti nella società. Sono state occasioni perdute. Hanno inaugurato dei processi di democratizzazione privi di un patto fondante tra le parti.
L’etnia nel gioco politico: ha un ruolo fondamentale proprio per la mancanza di una dimensione nazionale. Drammatici eventi in Africa sono stati determinati dalle lacerazioni basate sull’appartenenza etnica. A suo modo, la crisi del Congo-belga agli inizi degli anni ’60; il conflitto del Biafra che ha spaccato drammaticamente l’unità della federazione nigeriana; ma soprattutto gli eccidi ciclici del Ruanda e del Burundi evidenziano il fattore etnico come elemento di disgregazione dei progetti nazionali delle giovani nazioni africane. Nella fattispecie, l’elemento etnico è stato dapprima utilizzato dalla colonizzazione per assicurare il dominio su questi piccoli regni delle colline. La cinica legge del “divide et imperat” ha dettato le politiche coloniali di contrapposizione strumentale tra le etnie. Ma, una volta la libertà ritrovata, sono stati gli stessi leaders africani artefici zelanti dell’esasperazione dell’appartenenza etnica per fini di conquista e di conservazione del potere. E ciò anche al prezzo dell’annientamento dell’altro diventato, su considerazioni etniche, un nemico da annientare. Rivalità ancestrali vere o presunte che siano; odi atavici più o meno alimentate artificialmente; differenze morfologiche e culturali difficilmente comprovate da dati certi si trasformano in machete acuminate brandite e pronte a colpire. L’irrazionalità delle adesioni spontanee all’orizzonte etnico ritenuto esclusivo di verità e bontà si tramuta in violenza cieca, annientatrice del diverso. Le acque dei Grandi Laghi coperte di corpi feriti sono un monumento alla barbarie devastatrice dell’identità feticizzata ed idolatrata. Gli eccidi ciclici del Ruanda e del Burundi si ergono nel cielo della storia contemporanea dell’Africa come simboli del fallimento della politica intesa come spazio istituzionale per negoziare la pace nell’accettazione dell’altro in una sintesi che trascende gli angusti limiti dell’etnia.
 • Non è affatto vero che l’etnia debba scomparire perché possa trionfare il sentimento nazionale. In tempi di globalizzazione con la conseguente uniformizzazione dei modelli sociali e dei riferimenti valoriali, l’etnia in Africa e altrove è il luogo dell’espressione concreta delle identità. Non è l’etnia che deve scomparire ma l’uso strumentale che ne fanno i politici. Proprio la vivacità dell’etnia potrà conferire una ricchezza al patto nazionale che, ricco delle sue particolarità, potrà dispiegare tutta la sua forza di sintesi feconda. L’unità nazionale non è l’antitesi dell’esistenza delle etnie. Essa passa attraverso la centralità del ruolo della politica intesa come il luogo dove gli interessi contrapposti all’interno di una nazione trovano la loro armonica ricomposizione in un processo di compenetrazione tra integrazione nazionale; integrazione regionale; ed unificazione continentale.
Identità religiosa tra egemonia e autodeterminazione: le stesse considerazioni fatte sull’etnia possono valere per l’appartenenza religiosa. Occorre, tuttavia, sottolineare anche in questo caso il fatto che il fattore religioso da solo non costituisca la causa scatenante dei conflitti. In Sudan, per esempio, intorno al fattore religioso si coagulano interessi convergenti di natura etnica (l’origine araba); motivazioni geopolitiche legate, tra le altre, alla questione del Nilo e alla posizione strategica del paese alla confluenza tra mondo negro-africano e mondo arabo-islamico; e poderosi appetiti economici. L’autodeterminazione dei popoli, un principio riconosciuto dalla Carta dell’Onu e dall’atto fondatore dell’Organizzazione dell’Unità Africana, è violentemente negata ai popoli non arabe ed islamiche del Sudan. Il “paese dei neri” si è visto confiscare il suo spazio geografico attraverso l’occupazione militare e l’imposizione di una amministrazione d’oppressione; e il suo tempo, ovvero la sua identità storica e la sua autonomia culturale e religiosa. Questa violenza strutturale ha generato altre violenze in un ciclo infernale che miete ogni giorno migliaia di vittime, di rifugiati, di sfollati e di disperati che vagano senza speranza in una terra insanguinata dall’odio e dai fanatismi. Quale pace duratura senza il riconoscimento dell’identità plurale di questa terra? Quale convivenza pacifica senza il rispetto dei diritti inalienabili delle persone e dei gruppi all’interno di uno stato laico e aperto alla democrazia? Fino a quando gli imperativi della geopolitica e degli interessi economici continueranno a calpestare la dignità e l’identità dei popoli? La questione sudanese rimane un osservatorio privilegiato dei futuri equilibri nella zona e delle relazioni tra popoli di etnie e di religioni diverse in Africa.
• Sfortunatamente i venti integralistici che soffiano sul continente hanno causato lacerazioni e conflitti anche laddove, da secoli, la convivenza pacifica tra religioni diverse era un dato acquisito. In quasi tutti i paesi del Golfo di Guinea, le religioni tradizionali, islamiche e cristiane erano riuscite a coabitare in armonia nel rispetto delle reciproche specificità. Interi villaggi oppure intere famiglie in Mali, in Burkina Faso, in Senegal o in altri paesi dell’area sono esempi viventi di una multireligiosità al quotidiano vissuta come un fatto normale. Altrove, come in Sudan e in Algeria e in una certa misura in Ciad, la religione è stata il motivo scatenante di conflitti sanguinosi. A questo riguardo l’Africa dovrebbe guardare a se stessa per trovare le soluzioni a questa minaccia. Ci sono forme di coesistenza pacifica tra religioni diverse in paesi del Golfo di Guinea; in Africa Orientale e meridionale che possono fungere da esempi di dialogo e di rispetto reciproco tra religioni.
<< I musulmani africani hanno considerato assai frequentemente l’attività politica
come il loro compito esclusivo, in modo particolare sotto l’egida dei movimenti della
lotta per l’indipendenza nazionale. Si capisce la tendenza totalizzante dell’islam in
Africa negli ultimi vent’anni se si coglie l’influenza dell’Iran con l’ascesa al potere
dell’imam Khomeini e la creazione della repubblica islamica. Molti dei movimenti
islamici fondati da africani hanno profondi risvolti politici: dalla creazione di uno
stato islamico alla proposta di nuove costituzioni fondate sul Corano, all’applicazione
della legge islamica (shari’a)…Nonostante questo, è necessario ricordare che il
cosiddetto fondamentalismo non sembra essere ospite gradito sulla scena politica
dell’Africa. L’islam politico in Africa ha una tradizione di tolleranza, avendo sempre
dovuto confrontarsi con una varietà di esperienze religiose e culturali>> ( Justo
Lacunza Balda, Nigrizia, Dossier 2000, pp.29-30).
L’<<Etat Néant>> o la crisi della legalità: molti sono i fattori che hanno portato alla disintegrazione dello stato in Africa. Ci accontentiamo di segnalarne alcuni. Dapprima il fatto dell’accaparramento delle strutture dello stato da parte di un gruppo (etnico, regionale, militare, economico) a discapito di altri. Queste forme di dissoluzione dello stato hanno creato nuove forme di territorialità che si confrontano; si affrontano creando un sistema di forze che si annullano reciprocamente e, insieme, annullano la significatività delle strutture statuali. L’altro fattore è legato alla crisi economica che ha privato lo stato dell’esercizio di alcune prerogative essenziali alla sua credibilità presso le popolazioni: la sicurezza; la rete sanitaria; quella delle comunicazioni; e le agenzie formative. Tutte prerogative grazie alle quali lo stato riusciva a coagulare ancora attorno a sé gruppi eterogenei. << A nouveau en Afrique –pris dans l’étau de la dette et des mesures imposées par le Fonds monétaire international – l’Etat ne paie plus les salaires des fonctionnaires et abbandone écoles, hopitaux, transports, la guerre est une alternative de paix qui ne nourrit plus : la kalachnikov est le meilleur moyen de production>> (Philippe Leymairie, Manières de voir, Mai, juin 2000, p.17). Lo Zaire di Mobutu ha costituito, nel decennio 1980-90, il drammatico laboratorio di questa lenta agonia dello stato. L’epilogo del 1997 con la presa di potere di Kabila non è che l’atto finale del processo di disintegrazione dello stato congolese. E la balcanizzazione del Congo alla quale assistiamo assume i contorni di un precedente pericoloso per tutta l’Africa. Quale paese africano non conosce le divisioni etniche oppure la polarizzazione violenta di certi interessi intorno ad alcune aree strategiche dal punto di vista economico? Il Congo-Democratico, con le sue dimensioni e l’intensità drammatica delle sue contraddizioni ha rappresentato e rappresenta, fin dal momento della sua indipendenza, lo specchio fedele di un processo di decolonizzazione pieno di insidie e che ha trasformato i paesi africani in stati a sovranità limitata. Concedere formalmente l’indipendenza per meglio restare sotto mentite spoglie attraverso le molteplici ramificazioni delle multinazionali presenti nei nuovi stati; attraverso i condizionamenti legati alle concessioni creditizie bilaterali o multilaterali; attraverso l’ingerenza diretta negli affari interni di questi stati fantocci.
Proprio queste colpe del passato e del presente fanno sì che una guerra che una guerra che coinvolge quasi una decina di paese rimanga, tutt’ora, la guerra più dimenticata di questi ultimi anni. E’ un silenzio scandaloso che nasconde male la corposità degli interessi in gioco in Congo e nella regione che costituisce una parte cospicua di quella che, cinicamente, i francesi chiamano “l’Afrique utile” contrapponendola ad altre aree geografiche del continente prive di risorse del suolo e del sottosuolo. E che dire del commercio delle materie prime (diamante e petrolio in testa) che, in Congo, in Sierra Leone ha creato una economia di guerra direttamente gestita dai “signori della guerra” nel ciclo infernale tra vendita di armi, estrazione delle materie prime, traffico di droga, riciclaggio del denaro sporco. La “somalizzazione” del territorio africano è funzionale agli interessi combinati dei potentati locali africani e dei centri economici dei paesi ricchi. E’ legittimo chiedersi, a questo punto, cosa significa la proposta seriamente avanzata da alcuni luminari del giornalismo e della saggistica italiana di ri-colonizzare l’Africa. Di cosa siamo parlando ? Quando mai l’Occidente si è ritirata dall’Africa ? Il problema non è tanto quello di una possibile o augurabile ri-colonizzazione partorita da menti anacronistici e superficiali che ignorano del tutto i veri nodi della realtà africana; la vera questione è quella di una falsa decolonizzazione nella quale la formale emancipazione politica ha coinciso con una sostanziale dipendenza geopolitica ed economica. Altro che ri-colonizzazione, l’Africa chiede una sostanziale decolonizzazione.

1.c. I processi di democratizzazione
Alla fine degli anni ’80, l’Africa ha conosciuto una fase politica molto interessante da alcuni definita la “seconda ondata” delle indipendenze. La caduta del Muro di Berlino a livello internazionale; la maturazione di una opposizione e di una società civile desiderosa di libertà e di apertura politica ha fatto soffiare sul continente il vento della democratizzazione. La scelta di quest’ultima parola non è casuale. La democrazia in Africa, ma ciò è valido anche altrove, non è mai un dato di fatto. Si tratta di un processo avviato –a nostro parere irreversibile- che deve ancora esplicitare tutte le sue potenzialità. Evitiamo, sin d’ora il dibattito sterile sulla necessità della democrazia in Africa o, ancora più astratto di una democrazia all’africana. L’uomo che vive in Africa è simile a tutti gli altri uomini. Egli anela alla libertà di pensiero, di espressione, di associazione; egli aspira a scegliere liberamente i suoi dirigenti; si augura di vivere in un sistema dove la giustizia sia libera dal potere esecutivo; l’africano apprezza la trasparenza nella gestione dei beni pubblici e lotta per la tutela dei diritti umani fondamentali. Su queste basi possono e devono mutare le alchimie costituzionali e istituzionali; ma non siamo in presenza di un sistema democratico laddove non è assicurato il rispetto pieno dei principi basilari sopracitati. Democratizzazione! Una nuova forma di lotta per il potere o autentico rinnovamento politico ? Si tratta di un autentico processo di rinnovamento politico con la partecipazione di tutte le forze vive dei paesi (i sindacati, le chiese, le categorie professionali, i giovani, le donne…). I processi di democratizzazione sono il frutto di una volontà popolare chiaramente espressa e pubblicamente dibattuta. Non c’è dubbio, tuttavia, che il processo sia stato in taluni casi recuperato dall’élite per farne uno strumento di lotta per il potere. E’ avvenuto in Congo-Brazzaville, in Camerun, in Gabon, in Togo, in Kenya e altrove. Eppure, nonostante flussi e riflussi, i processi di democratizzazione sono irreversibili e costituiscono il nuovo terreno dove si misurerà la capacità degli africani di inventare il loro futuro. A condizione di vincolare i progressi di questo laboratorio politico alla necessità per la classe politica di mantenere una tensione ideale con la base contadina, le donne e i giovani.
Democratizzazione e violenza politica: non c’è una relazione di causa ad effetto perché di per sé la democratizzazione non è gravida di violenza. Essa è degenerata in violenza in presenza di personalità o di gruppi che hanno tentato di legittimare attraverso la via delle urne un potere esclusivo esercitato contro una parte del paese. La democratizzazione si è tramutata in violenza nei casi di confusione tra multipartitismo e multietnismo politico. Casi nei quali i contorni dell’appartenenza etnica coincidono con quelli della militanza politica. Al di fuori di questi casi-limite, i processi di democratizzazione possono costituire l’occasione di avviare il dibattito intorno alla definizione di un “patto nazionale” o, sulla lunga scadenza, un “patto regionale”. Un patto regionale assolutamente assente nel conflitto che oppone due stati africani usciti da una comune lotta di liberazione dal regime totalitario del Colonnello Menghistu. Cos’è la guerra tra Etiopia e Eritrea ? Un conflitto che si spiega solo con la disputa di frontiera ? E’ una guerra provocata dall’Etiopia frustrata dalla mancanza di sbocco verso il mare ? Il frutto di una avvelenata rivalità tra due leaders una volta alleati ? E’ la reazione nazionalista della piccola Eritrea di fronte all’esibita potenza dell’Etiopia ? Nessuno di questi motivi giustifica le sofferenze inflitte alle popolazioni civili, vittime di una guerra assurda tra due popoli tra i più poveri del pianeta. Con la guerra tra Etiopia e Eritrea è tutto il Corno d’Africa che perde, ancora una volta, l’occasione per porre le basi di una stabilizzazione dell’area. Tutti i paesi membri dell’IGAD sono coinvolti in una spirale di violenza che ha trasformato il Corno d’Africa in una polveriera permanente. La riconciliazione auspicata tra i due leaders (Meles Zenawi e Isaia Afeworki) è una condizione necessaria ma non sufficiente per la pace. La sensazione è che sono in gioco motivazioni ed interessi che vanno al di là della volontà dei due leaders. Motivazioni ed interessi di tipo geopolitico e/o economici che occorre mettere sul tavolo del negoziato e assicurare al più presto la pace per questi popoli stremati dalla guerra.
Democratizzazione e crisi economica: i processi di democratizzazione in Africa hanno coinciso con il momento di crisi economica acuta. Fuga dei capitali; crollo dei prezzi delle materie prime agricole o minerarie; massima rigidità dei Programmi di Aggiustamento Strutturale. La crisi economica ha indebolito lo stato; ma ha contribuito altresì a disgregare le società soffocando sul nascere il laboratorio democratico incapace di camminare senza la seconda gamba economica. Non solo, il dibattito per una apertura politico ha eluso quello della scelta di un modello di sviluppo economico. I PAS (Programmi di Aggiustamento Strutturale) imposti dalle istituzioni finanziarie internazionali e ispirati ai principi del neoliberalismo in versione globalizzata hanno soffocato sul nascere ogni velleità di indirizzo economico alternativo al “pensiero unico”. La democrazia senza pane ha zoppicato e ha finito per arenarsi.
Quale democrazia per l’Africa? Quella che gli africani avranno la saggezza, il tempo e la volontà di costruire attorno alle loro realtà debitamente analizzate; attorno alla loro storia valorizzata e recuperata nelle sue parti migliori; a partire dalla loro cultura che ha molto da dire sui processi attuali di ristrutturazione politica e sociale. Sullo sfondo di questo cantiere, i principi universali iscritti nella Dichiarazione Universale dei diritti umani e la sacralità della vita, eredità di una civiltà della comunione e della solidarietà.
Le forze e le energie del rinnovamento: oggi rispetto a ieri le forze e le energie di rinnovamento sono attive nel continente e sono più che mai determinate a fare la loro parte da protagoniste. Esse sentono che è giunto il momento di inventare il futuro con la riflessione e l’azione; con la creazione di solidarietà tattiche tra gruppi che esprimono disegni convergenti. Ed è su queste forze e su queste energie che occorre basarsi per ricucire, ricostruire ed inventare un’Africa politica diversa.
 
ASSE ECONOMICO

2.a. Mondializzazione e subalternizzazione: L’introduzione del commercio triangolare segna la prima tappa dell’ingresso dell’Africa nell’economia mondializzata. Uno storico burkinabé, KiZerbo, sottolineava il fatto da allora ai giorni nostri la struttura della bilancia dei pagamenti dei paesi africani è rimasta immutata. Essi importavano prodotti manufatti e vendevano materie prime di tipo agricolo o minerario. Questa struttura fotografa il carattere “extraverti” delle economie africane e la loro posizione subalterna rispetto al centro di guida dei processi economici con i loro interessi da garantire e da assicurare sempre e comunque. Attraverso i cinque monopoli enunciati dall’economista Samir Amin (monopolio dell’accesso alle materie prime; dei flussi finanziari; delle armi di distruzione di massa; dell’innovazione tecnologica; dei flussi comunicativi), l’Europa continua a mantenere i paesi africani sotto un regime di economie a sovranità limitata. La crisi del debito e la gestione da parte dei paesi ricchi di questa crisi conferma questa realtà della messa sotto tutela di interi paesi e di milioni di persone, incapaci di assumere iniziativa economica. Economia coloniale e neocoloniale sono le maschere della dominazione dell’Africa che dovrebbe ribellarsi a questo stato di cose.

2.b. Le teorie dello sviluppo e il loro fallimento sono sotto gli occhi di tutti. In seguito a quattro decenni la situazione africana è peggiorata e la crisi del debito ha messo sotto la lente di ingrandimento la situazione economica disastrosa del continente: <<“Tra il 1980 e il 1996 l’Africa subsahariana ha pagato due volte l’ammontare del suo debito estero; ma oggi è tre volte più indebitata di 16 anni fa. Nel 1997 doveva ai suoi creditori 235.400 milioni di dollari; nel 1980 ne doveva 85.300. Il debito complessivo dei 48 paesi della regione, dove vive più del 10% della popolazione mondiale, rappresenta meno dell’1% dei debiti di tutto il pianeta. In Zambia, tra il 1990 e il 1993, il governo ha investito 37 milioni di dollari nell’istruzione elementare, mentre ha pagato 1.300 milioni di dollari per gli oneri del debito. Per ogni dollaro investito nell’istruzione elementare, il governo ne paga 35 al gruppo dei paesi ricchi. L’Unicef ha calcolato in 9 miliardi di dollari le risorse addizionali da investire nell’Africa subsahariana per salvare la vita a 21 milioni di persone; ogni anno la stessa regione versa 13 miliardi di dollari per onorare i debiti. Per un dollaro che diamo in aiuto al Sud ne ritornano 3 per rimborsi del debito. Il rapporto tra indebitamento e peggioramento degli indici di sviluppo umano è segnalato dal Programma Onu per lo sviluppo (UNDP). In Uganda si devolve per il debito una somma quasi sei volte superiore a quella stanziata per la sanità (17 dollari per abitante contro 3); in Zambia oggi si destina una sesta parte di dieci anni fa all’istruzione elementare e il 30% in meno alla sanità; in Tanzania il debito assorbe una cifra doppia di quella impiegata per fornire acqua alla popolazione. L’Italia è al quinto posto nella classifica mondiale dei paesi creditori, dopo Stati Uniti, Francia, Germania, Giappone. I debiti complessivi dei paesi del Sud verso l’Italia ammontano a oltre 60.000 miliardi di lire>> ( Debito estero in pillole, Nigrizia, Giugno 1999).
“Il debito, dice Samir Amin, è in effetti una delle forme di saccheggio del Terzo mondo: interessi
quasi da usurai hanno fatto sì che il debito sia già stato rimborsato tre o quattro volte, in certi casi.
L’annullamento è perciò del tutto giustificato, perfino a prescindere dal fatto che, per assicurare il
servizio del debito, vengono strangolati interi popoli…Il problema vero è rilanciare lo sviluppo, e
questo avverrà non con l’aggiustamento del Sud all’espansione dal Nord –che è l’aggiustamento
unilaterale concepito dalla Bm e dal Fmi…- ma in modalità multilaterale, che esiga degli
aggiustamenti anche al nord. Non trovo scandaloso che i paesi del Sud debbano esportare; ma
tutto ciò meriterebbe di essere negoziato, questo è il più importante del problema del debito”
(Samir Amin, Nigrizia, ottobre 1999, p. 16).

2.c. L’Africa e la globalizzazione Attraverso i cinque monopoli l’Occidente tiene in pugno e dirige a suo esclusivo vantaggio i meccanismi dell’economia mondiale. Sotto questo profilo, visto dal Sud del mondo il G.7 (o G.7 più 1, ossia compresa la Russia), il gruppo di paesi industrializzati (Francia, Germania, Italia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Giappone, Canada) si configura come una vera e propria associazione a delinquere ai danni dei paesi economicamente deboli del Sud del mondo i quali non hanno voce in capitolo in decisioni di cui subiscono gli effetti devastanti sulla loro stessa vita. Terminata la grande contesa ideologica, politica ed economica tra Est e Ovest, la grande sfida che resta all’Umanità è quella di divari economici tra Nord e Sud. L’attuale sistema capitalistico rivelatosi efficiente nella produzione di beni e servizi in qualità elevate e in tempi ridotti si sta rivelando inadeguato ad una equa distribuzione delle risorse. La crescente marginalizzazione di masse intere di persone, oggi nel Sud del mondo ma domani anche nel Nord provvisoriamente ricco, costituisce un dato strutturale del suo funzionamento. Siamo in presenza di un “impoverimento strutturale”, debitamente messo in conto dagli strateghi della Mac economy, per assicurare l’accesso al trono mondiale del tiranno chiamato Profitto che non si ferma di fronte a nulla e alle sofferenze di nessuno. Altri invece affermano che l’Africa sia il “continente del futuro” della globalizzazione (Ignacio Ramonet, Manières de Voir, Mai-Juin 2000, editoriale) e citano per questo le cifre della crescita economica. 5% di crescita prevista per il 2000 (contro il 3,1% nell’anno precedente); del numero di personal computer che cresce: 15.000 computers a settembre 1999 contro 7800 nel 1998; i numerosi cantieri di grandi infrastrutture: le grandi dighe del progetto Water Project dal Lesotho alle zone aride del Sudafrica; 1000 chilometri di ferrovia tra il Benin, il Niger e il Burkina Faso; la costruzione del porto marittimo di Kribi in Camerun. Insomma, grandi affari da realizzare nel continente, proclama la Banca Mondiale alle aziende occidentali piuttosto renitenti ad investire in Africa. “Il profitto degli investimenti sarebbe superiore a quello di altre aree del mondo”. Peccato che si tratti di espansione economica o di operazioni di delocalizzazione industriale che nulla hanno a che fare con le strategie di lotta contro la povertà. Gli indicatori macro-economici non dicono niente sull’arretramento della povertà che dovrebbe essere lo scopo primario dell’economia.

2.d. Oltre la globalizzazione: l’altra Africa. Sono le principali vittime del sistema, delle “strutture di peccato” che le rendono sempre più povere che hanno deciso di spezzare le catene di una economia fatta per gli altri sulla loro pelle. I poveri in Africa sono le sedi delle facoltà di economia dove, nel sangue e nel sudore, i popoli stanno reinventando il loro destino produttivo, riproduttivo e distributivo. L’<<altra Africa>> dell’economia si sta inventando nei “sotterranei della storia”. L’economia chiamata popolare rappresenta un immenso laboratorio che ci richiama alcune realtà spesso ignorate nel dibattito sui massimi sistemi dell’economia: che i popoli sanno essere e lo sono sempre stati protagonisti dei processi economici che li vedono soggetti e non oggetti; che l’economia popolare ricorda a tutti la vocazione principale dell’economia, ossia assicurare prima di tutto i bisogni primari (mangiare, bere, curarsi, avere una casa, vestirsi, sapere leggere e scrivere), quei bisogni grazie ai quali assicuriamo il primo diritto dell’uomo, il diritto alla vita. Non solo, ma l’economia popolare ci insegna a rinunciare al feticismo delle relazioni mercantili che mettono al centro di tutto la ricerca assoluta del profitto per arrivare fino ad inserire dentro l’economia dinamiche (alcuni dicono antieconomiche) complementari o/e talvolta alternative come la priorità della relazione sociale o/e della valenza culturale.

B.3. ASSE SOCIALE
3.1 L’avventura ambigua delle società “éclatées”: <<l’irruzione dei poveri>>. In bilico tra una tradizione violentata ma ancora viva e una modernità imposta e seducente, le società africane sono entità frantumate. E la crescente urbanizzazione ha accentuato questo carattere. Dal punto di vista sociale, “l’Africa non è morta: è una pentola che bolle”, ci avverte J.Marc Ela: << Dans les sociétés de pénurie et de dictature où une bande de truands impose des sacrifices à des catégories sociales déjà éprouvées par les réductions des dépenses de l’Etat en matière d’éducation et de santé, on doit renoncer à croire que les africains vont cultiver la vertu de la résignation. Ils ont trop conscience d’appartenir à un espace qui n’est plus le “tiers-monde” mais le “hors-monde”! Précisément, dans l’ère des exclusions où l’Afrique fait son entrée, l’irruption des pauvres se traduit par le soulèvement des hommes et des femmes qui prennent conscience de leur condition insoutenable. Explosant, pour ainsi dire, de l’autre coté de l’Histoire, ces masses sont confrontées à un monde dominé par l’argent. Du fond d’un tableau impressionant de pauvreté, de menaces de destruction, voici qu’émergent des classes exploitées, des groupes marginalisés qui constituent le véritable symbole de l’Afrique aujourd’hui. Cette irruption se manifeste à travers les luttes sociales dans les villes-misères où la violence politique s’inscrit dans les dynamiques historiques qui déterminent l’avenir du continent noir. En ces temps d’austérité où la mort du pauvre est un fait très commun, les émeutes de la faim sont le langage des sociétés écartées du festin de la vie et des centres du pouvoir>> (J.Marc Ela, Afrique l’Irruption des pauvres, L’Harmattan, p.13)
1.a. Lotta per la sopravvivenza nelle campagne: in quelle campagne abbandonate dai giovani dove i contadini sono costretti a strappare le piante di igname per coltivare il cotone utile a ricavare valuta estera per il pagamento del debito. Contadini schiavizzati dalla monocultura e che sono esposti senza difesa a tutte le pandemie. Questi contadini stanno riscoprendo la medicina tradizionale; sono i custodi delle tradizioni e annunciano con la loro sobrietà e il ricorso a logiche alternative alle logiche del mercato un cielo nuovo e una terra nuova per l’Africa. “L’autoorganizzazione contadina sarà il punto di partenza per smettere di guardare il cielo degli aiuti per rivolgere lo sguardo verso la propria terra da trasformare.
1.b. La “débroullardise” (arte di arrangiarsi) come modalità di vita che condanna fette intere della popolazione alla crescente “clochardisation”. E’ il popolo indefinito dei disillusi della città. Culturalmente sradicati ed economicamente emarginati, essi hanno solo loro stessi e la loro immaginazione per sopravvivere al cinismo della città. Bambini soli; giovani senza formazione né lavoro; donne-schiave costrette alla “débrouillardise marchande” in grado di assicurare un reddito alle proprie famiglie (70% del lavoro agricolo; 80% delle derrate alimentari;100% della trasformazione dei prodotti di base; da 60 a 90% della commercializzazione dei prodotti). Tutto un popolo costretto alla “clochardisation” nelle bidonvilles delle città-capitali. <<IL faut donc se mettre à l’écoute des femmes pour trouver les chemins de l’avenir>> (J.Marc Ela, Idem)

3.2. Innovazioni Sociali e rinascita dell’Africa La rinascita si prepara nei luoghi dove gli effetti perversi della globalizzazione economica e dell’alienazione culturale hanno maturati i frutti maledetti dell’oppressione e della trappola culturale. Occorre, tuttavia, scavare nelle profondità delle società africane per scoprire che i luoghi dell’esilio dalla dignità e dalla significatività economica sono anche i luoghi della rinascita.
2.1. I laboratori di resistenza: sono ovunque l’uomo africano rifiuta di piegarsi sotto il giogo dei meccanismi congiunti dello sfruttamento economico e della dominazione politica e culturale. Le periferie urbane delle città; le campagne; le associazioni di donne; le cooperative di giovani; i gruppi religiosi che sperimentano cammini di solidarietà e di cambiamento sono campi arati dove il seme della resistenza, attraverso il sofferto vissuto quotidiano, dice no alla morte della speranza. <<Le malheur pousse à l’innovation. C’est à cause des difficultés que les initiatives paysannes sont nées: les difficultés ont meme été une bonne chose, car, sans elles, nous dormirions encore dans les bras de la dépendance>> (J.Marc Ela, Innovations Sociales et Renaissance de l’Afrique Noire, P. 417)
2.2. I Centri di innovazione: ma la resistenza è un grido vuoto senza intraprendere la strada della ricerca alternativa. Ecco che ciò che nasce per necessità finisce per diventare una pista di rinnovamento. Sono le strade della finanza orizzontale tra donne; della cura attraverso le piante della propria terra, riscoperte e valorizzate attraverso un inventario sistematico e la fissazione di un dosaggio; è la strada dei servizi del maestro di scuola o dell’infermiere pagati dai contadini metà in natura (cibo, pulizie di casa, piccolo allevamento…ecc.) e metà con i soldi della cassa comune dei contadini; è la strada dei giovani che decidono di abbandonare le città per fare ritorno nei villaggi per mettere al servizio degli altri l’esperienza acquisita. Giovani, donne e contadini associati sono le realtà dove si sperimentano cammini di speranza nei sotterranei della storia. << Bisogna, all’occorrenza, prendere atto che la “società dal basso” ha creato un circuito parallelo di sopravvivenza, di resistenza e di innovazione. Circuiti che sfuggono alle logiche consuete che si accontentano di descrivere senza spiegare; di partorire un elenco di cause senza svelare le connessioni di senso esistenziale e relazionale che attraversano i circuiti della “società dal basso” che ha optato di strutturarsi fuori dall’ufficialità interna dei governi locali e di quella esterna degli organismi associativi e delle chiese istituzionali dimostratisi entrambi incapaci di aggredire le cause pur curando con lodevoli sforzi gli effetti. Sono stati proprio la ciclicità degli “aiuti”; la dipendenza ch’essi creano nonché la loro incapacità di fecondare dinamiche di speranze, alcuni dei fattori che hanno permesso la maturazione e la crescita di esperienze di riscossa dal basso. I poveri in Africa, osservati nei luoghi dove hanno smesso di guardare il cielo degli aiuti per rivolgersi verso la propria terra da coltivare, costituiscono la vera rivoluzione che ci impedisce di guardare alla povertà come ad una fatalità. Essi sono le icone viventi che ci dicono che è possibile resistere contro il dominio e l’oppressione dei mandarini del capitale. Ma ci indicano anche una pista nuova, inedita nella ricerca di un modello economico non più piattamente allineato alle logiche del profitto, ma attento ai valori dell’uomo, della società e della cultura. La povertà dell’Africa e la sua battaglia per sconfiggerla potrebbe allora diventare una ricchezza per i popoli dell’opulenza, impoveriti e abbagliati dai miraggi del benessere che non ha portato l’essere bene, una dimensione qualitativa che non si misura in euro >> (J.Léonard Touadi, Nigrizia, per il giubileo degli oppressi)
2.3. Gli intellettuali organici. Questa rivoluzione “dal basso” ha bisogno di una élite obbediente (ab audiens) alle aspirazioni profonde del proprio popolo. Una intellighenzia in grado di leggere e di interpretare la speranza dei poveri e la sappia tradurre in gesti concreti. Occorre ri-fondare la scuola africana. Una scuola che non riproduce la società africana e coltiva sogni ed orizzonti esistenziali che le società africane non possono soddisfare. Una élite alienata non riesce, in questo modo, ad interpretare le aspirazioni profonde dei loro popoli. La formazione deve tornare ad essere coerente con gli obiettivi di sviluppo e di pace delle società africane.
 
C. ASSE RELIGIOSO La religione in Africa non è un dono della colonizzazione. Essa accompagna e informa da secoli la vita sociale e culturale delle società. E non si tratta solo di quella diffusa religiosità riscontrata dagli antropologi nei loro studi delle culture africane precoloniali. E’ un forte legame con l’Assoluto, il trascendente considerato come una Forza potente che immette il suo soffio vitale in tutte le sue creature. Una continuità spirituale e sociale esistente tra mondo visibile ed invisibile; tra uomonatura-mondo spirituale. Le società africane antiche non conoscevano separazione tra sacro e profano; tra spazio spirituale e spazio esistenziale. Si trattava di “società di comunione” dove tutti gli elementi interagiscono in un quadro coerente. Di questi pilastri della religiosità africana, il cristianesimo non ha tenuto conto.
               
C.1. Il cristianesimo non è una religione straniera all’Africa. John Baur ci informa, per esempio che <<i cristiani egiziani di oggi sono fieri di poter fare risalire le origini della loro fede ai primordi del Cristianesimo stesso>>. Gesù, raccontano i Vangeli, ha trascorso una parte della sua infanzia in Egitto. Altri testi, frutto di leggende, raccontano della Sacra Famiglia che avrebbe trascorso un certo periodo di tempo nelle montagne dell’Etiopia. Tutti sanno, inoltre, dell’importanza della scuola teologica di Alessandria come centro culturale dell’intera area orientale del Mediterraneo. Lo stesso radicamento della fede cristiana in Africa è osservabile in Africa Settentrionale dove numerosi figlie e figli d’Africa diedero i primi martiri Felicita e Perpetua citati nel Messale romano; e tramite la scuola teologica di Cartagine da dove spiccherà la personalità spirituale e teologica di sant’Agostino, vescovo di Ippona (390-430). Anche la Nubia, biblico paese di Kush e l’Etiopia (il paese dei visi bruciati) fanno parte dei primi insediamenti cristiani fuori dalla Palestina già nei primi secoli di espansione del cristianesimo. <<Il Cristianesimo non è un evento recente in Africa, né costituisce un sottoprodotto del colonialismo; le sue radici risalgono alla prima età apostolica>> (John Baur, Storia del Cristianesimo in Africa, EMI). A parte questi insediamenti apostolici, il movimento missionario dei tempi moderni si è sviluppato in coincidenza con la formazione degli imperi coloniali in tre ondate: – l’epoca del “padroado” portoghese che parte dalla Bolla papale di divisione del mondo nel 1493 all’erezione della Propaganda Fide; – la seconda ondata che parte dal XVII secolo fino alla rivoluzione; – infine l’ultimo movimento che mette in scena la seconda metà del XIX secolo fino a verso il 1860. <<Quando Diego Cao scopre il Congo nel 1844 e stringe rapporti con il re del Kongo, il suo intento è doppio. Da un lato assicurare l’egemonia del re del Portogallo su quelle terre; dall’altra imporre la religione cattolica ai popoli selvaggi delle coste atlantiche>>. Questi due aspetti evocati da Diego Cao così intimamente legati si sostengono e si rafforzano reciprocamente per assicurare la “Missione Civilizzatrice” dell’Europa sugli altri continenti.


C.2. EVANGELIZZARE L’AFRICA Soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, la Chiesa ha preso maggiore consapevolezza della necessità di radicare il Vangelo nella terra africana. Come mettere in contatto la persona di Gesù, la suo Buona Novella con l’uomo e le culture africane. Come evitare che all’uomo africano venga richiesta, come durante la colonizzazione, la doppia conversione: alla cultura occidentale e solo dopo alla persona e al messaggio di Cristo. Questo messaggio che è stato in grado di fecondare e di convertire le culture elleniche, slave, mediterranee, perché non dovrebbe fare altrettanto con le culture del continente. E’ la grande sfida dell’inculturazione che non può assolutamente limitarsi ad un rinnovamento liturgico. Il popolo che canta e balla la gioia di essere salvato dovrebbe lasciarsi sedurre dalla Parola di Dio che chiede con urgenza di operare all’edificazione del Regno. E’ la grande sfida dell’inculturazione soprattutto in tempi di secolarizzazione negli ambienti urbani; in tempi di grande proliferazione delle chiese indipendenti; in tempi di proselitismo attivo dell’Islam? Ha qualcosa da dire la Chiesa di Cristo agli uomini e alle culture africane? Come vivere una cattolicità in grado di valorizzare le particolarità di ciascuna cultura in un mondo che tende alll’uniformizzazione dei modelli culturali e dei riferimenti valoriali?
 
C.3. <<Non voglio rimandarli digiuni, perché non svengono lungo la strada>>
(Matteo, 15: 32) Come leggere la Parola di Dio nei luoghi della povertà e della miseria senza che sviluppi tutta la sua carica liberatrice. Il popolo che balla e canta la gioia di essere liberato nella liturgia è lo stesso che patisce gli effetti perversi delle “Strutture di Peccato”. Il messaggio di Cristo incarnato necessita di essere calato nelle realtà sociali ed economiche dell’Africa. “L’Irruzione dei poveri” costituisce un luogo teologico che richiama tutto il popolo di Dio ad edificare il Regno partendo dai villaggi dove i contadini sono costretti a strappare il miglio per coltivare il cotone; partendo dai campi profughi dove uomini, donne e bambini hanno perso, oltre le poche cose possedute, anche la dignità umana. Il volto sfigurato di Cristo nei bassifondi della povertà e dell’emarginazione richiama tutti ad operare per incarnare hic et nunc il Regno di Giustizia e di Pace in terra d’Africa. Le due sfide dell’inculturazione e della promozione della Giustizia affidano alla Chiesa la missione di incarnare la Parola di Dio presso il popolo di Dio in cammino che si trova in Africa. Non c’è futuro per la Chiesa senza la presa in conto di queste sfide. << Si Dieu a voulu l’humanité comme une grande famille, un lieu de vie, d’action et d’épanouissement, l’Eglise-famille se doit d’etre le haut-lieu des défis majeurs de l’homme de notre temps, en Afrique come dans le monde entier. L’Eglise-Famille est par conséquent appelée à se transformer non seulement en un lieu de solidarité et de partage des biens tant spirituels que matériels, mais aussi en un lieu où les peuples affrontent toutes les grandes questions qui agitent leur vie quotidienne: Justice et paix, développement intégral, démocratie, dignité humaine, etc>> (Symposium des Conférences Episcopales d’Afrique et Madagascar, L’Eglise Famille de Dieu, Instrumentum Laboris, Conclusion).
 

D. ASSE GEOPOLITICO E PROSPETTIVE


D.1. ASSE GEOPOLITICO

1.a.Geopolitica del cinismo e guerre tra poveri in Africa (da J.Léonard Touadi, Disegni di Guerra, Emi, pp.13-24)
All’inizio degli anni ’90, l’<<Afro-pessimismo>> dogmatico e pregiudiziale di certi osservatori e commentatori delle “cose africane” cedeva il posto al suo esatto contrario, “l’Afro-ottimismo” altrettanto apodittico degli assertori della “nuova primavera africana”. Il Muro di Berlino, simbolo della guerra fredda, era da poco caduto trascinando con se la delinquescenza dell’impero sovietico che già il vento della democratizzazione soffiava impetuoso sui dittatori africani traumatizzati dalle immagini dell’esecuzione del “Conducator” rumeno Ceaucescu. Ovunque nel continente, le forze vive della società civile rivendicavano una maggiore pluralità politica e una libera espressione individuale e collettiva. Tutti i popoli del continente si ritrovarono a sognare il ritorno del “sole
dell’indipendenza” oscurato dall’instabilità politica; da una classe politica inetta e asservita agli interessi extra-africani; da una corruzione endemica e da una gestione patrimoniale e clanica del potere politico. Soprattutto, l’anelito al rispetto dei diritti umani e l’aspirazione alla pace erano il sogno segreto dei popoli che si erano visti confiscare il sole dell’indipendenza trasformato in un incubo collettivo. Tutto sembrava lasciare intravedere la possibilità di entrare in un era nuova tanto il ricordo del passato recente e la consapevolezza delle asprezze del presente erano insopportabili. In effetti, in trent’anni di indipendenza, il continente ha conosciuto alcune tra le guerre più violenti della seconda metà del ventesimo secolo. Il sole dell’indipendenza viene salutato sulle rive del fiume Congo da un conflitto internazionale scatenato dalla determinazione delle potenti lobbies minerarie belgo-anglo-americane di non mollare la presa redittizia delle ricchezze dell’ex Congo Belga. La secessione della ricca regione del Katanga; la rivalità al potere tra il presidente KasaVubu e il suo primo ministro Patrice Lumumba; le pesanti ingerenze delle potenze occidentali; i conflitti etnici che scoppiano ovunque nel paese; la mancanza di strategia autonoma da parte delle Nazioni unite lacerate nel loro interno dalla contrapposizione USA-URSS fanno della crisi congolese un prototipo ideale, una situazione paradigmatica che racchiudeva nel suo interno tutti gli ingredienti che avrebbero infiammato il continente. Fu facile profeta Frantz Fanon che dichiarava che “se l’Africa fosse una pistola, il suo grilletto sarebbe collocato esattamente nel Congo (ex
Zaire)”. Ma in realtà, a bruciare in quei anni era tutta l’Africa. Le guerre di liberazione dell’Angola e del Mozambico presto diventate guerre civili all’indomani della conquista dell’indipendenza dal Portogallo nel 1975, l’Apartheid in Sudafrica che aveva condannato un intero popolo ad essere una immensa tribù di “homeless” nella propria terra…ecc Dall’Atlantico all’Oceano indiano armamenti sovietici e cinesi, truppe cubane, agenti della Cia, forze di stazionamento francesi, esperti militari sudafricani, israeliani trasformano lo scacchiere africano in uno dei teatri più incandescenti della cosiddetta guerra fredda che tale era solo in Europa. In Africa l’equilibrio del terrore non era una questione nucleare. Il terrore vero era il pane quotidiano di tutto un continente, ostaggio di interessi altrui. Un continente sconvolto con la complicità dei propri figli, servitori di una divinità straniera che esigeva ogni anno il suo tributo di sangue e di sofferenze africane La maggiore parte di questi conflitti interessavano prevalentemente le zone identificate, secondo una espressione degli strateghi francesi, come “l’Afrique utile”, ossia i paesi dove erano in gioco interessi geopolitici occidentali oppure (e spesso le due cose camminano a braccetto) territori benedetti dalla natura o dalla geologia con immense ricchezze del suolo o del sottosuolo. L’Africa occidentale, all’eccezione della Nigeria, del Ghana, della Costa d’Avorio, della Sierra Leone e, più per motivi storici il Senegal, sembrava essere meno interessata dalla contesa degli anni ‘60-’90. Certo la Nigeria fu sconvolta dalla guerra del Biafra frettolosamente catalogata come
“guerre tribale” anche se erano evidenti le ingerenze delle compagnie petrolifere nel tentativo di secessione attuato dal Generale Ojuku; certo la piccola Guinea-Bissau e le Isole del Capo Verde combattevano una cruenta lotta di liberazione contro i portoghesi; certo che l’arrivo al potere di Thomas Sankara nell’Alta volta ribattezzata Burkina Faso suscitava malumori soprattutto in Francia, ma tutto si risolve con l’assassino nel 1987 del giovane capitano che voleva ridare dignità al suo popolo e a tutta l’Africa. Al di là di questi casi e della grande instabilità politica di paesi come il Benin (record regionale dei colpi di stato condiviso dal Burkina Faso), il Golfo di Guinea resta un’isola abbastanza tranquilla nel panorama tormentato del resto del continente fino alla fine degli anni ‘80. La caduta del muro di Berlino, i proclami declamatori di George Bush sul “Nuovo Ordine
Mondiale”, la cosiddetta politica francese ispirata da Mitterand sulla “condizionalità” democratica, gli accordi di pace in Mozambico; l’inizio dei negoziati tra l’MPLA al potere a Luanda e le forze ribelli dell’Unità; la liberazione di Nelson Mandela e la sua ascesa al potere, la vittoria dei partiti in lotta contro il regime di Menghistu in Etiopia e la nascita dell’Eritrea indipendente; la mobilitazione delle forze di progresso assettati di apertura politica e di “Good Governance” in economia ovunque nel continente aprono le porte alla speranza per un inizio millennio di pace e di sviluppo economico. Ma le speranze dei poveri durano sempre poco! E gli anni ’90 presentano uno scenario nuovamente sconvolto dal punto di vista della pace civile nel continente africano. Africa di nuovo “cuore di
tenebra” si chiede Ignacio Ramonet, Direttore di “Le Monde Diplomatique” ? oppure è più esatta l’analisi di Achille Mbembé che sottolinea il “ripiego dell’Africa su se stessa” in seguito alla fine della rendita geopolitica del continente. E’ interessante notare il fatto che <<le pressioni identitarie
oppure le dinamiche di autonomia e di differenziazione; le diverse forme di etnoregionalismo; le
pressioni migratorie; il repentino e accelerato salto delle società africane nell’economia detta
“parallela” modificano profondamente l’organizzazione sociale dell’Africa; incide sulla
ripartizione delle popolazioni e sul funzionamento reale dei mercati” (Le Monde Diplomatique, maggio 1993). Questi elementi, insieme alla delinquescenza dello stato (L’Etat-néant) e alla libertà di espressione e di azione ritrovata dalle masse, portano a ridisegnare la carte politica del continente. Un principio cardine della Carta fondamentale dell’Organizzazione dell’Unità africana,
“l’intangibilità delle frontiere ereditate dalla colonizzazione”, un vero dogma degli anni ‘60-’80, viene messo in discussione. E la nuova carta politica del continente tende ad essere ridisegnata intorno ad assi regionali ed internazionali che, afferma Achille Mbembé, rimanda e trascende gli
“itinerari e le aree storiche d’espansione del dinamismo mercantile del diciannovesimo secolo” ( le carovane alla frontiera del deserto del Sahara; le rotte atlantiche; i circuiti dell’avorio e delle pietre preziose che collegavano la Senegambia al Katanga fino all’Africa australe; i traffici sul Mar rosso e l’Oceano indiano…). Infine, la scomparsa degli stati-fantocci fondati sulla repressione e sul potere personale dei “padri della padria; generalissimi a vita” ha lasciato spazio a formazioni armate ufficiali e para-ufficiali colpevoli di avere contribuito alla “somalizzazione” di intere regioni all’interno dei paesi africani. Quest’ultima espressione tende ad indicare non solo l’implosione di una struttura statuale ufficialmente riconosciuta e con una legittimità politica più o meno acquisita; ma l’instaurazione di una “economia di guerra” specie nelle zone ricche di materie prime suscettibili di essere sfruttate dai capi banda per: da un lato proseguire nello sforzo di arricchirsi e di armarsi per perpetuare e consolidare le posizioni acquisite; dall’altro per finanziare la promozione di infrastrutture sociali che hanno lo scopo di legittimare presso la popolazione la loro occupazione violenta del territorio. Grande stratega e pioniero di questo tipo di occupazione, prima ancora del disfacimento della Somalia, è il leader dell’Unita Jonas Savimbi grazie allo “stato nello stato” che costituisce la zona diamantifera da lui controllato. Ma gli stessi governi “legittimi”, nella fattispecie, quello angolano, non ripugnano a fare altrettanto nelle zone da loro controllate. In Sierra Leone le miniere di diamanti hanno costituito e costituiscono una posta in gioco essenziale per consolidare le rendite di posizione dei vari contendenti. La rioganizzazione delle frontiere si sta effettuando sulla base non dei modelli teorici elaborati nel corso dei decenni da studiosi e da politici a tavolino. Essa sta seguendo , ancora una volta dopo il puzzle tracciato alla la Conferenza di Berlino nel 1885, linee confuse che sposano i contorni degli interessi interni ed esterni all’Africa. Anzi, la grande novità geopolitica delle recenti crisi africane è l’emergenza di potenze regionali africane, dotate di un progetto geopolitico autonomo più o meno elaborato e realizzato in collaborazione con potenze estere utilizzate o di cui si accetta la subalternizzazione con discernimento per il raggiungimento di obiettivi propri. E’ il caso del presidente ugandese Museveni (con il suo alleato o rivale Kagame) nella regione dei Grandi Laghi; del presidente angolano José Eduardo Santos ; del Sudafrica di Mandela e di Thabo Mbeki e della Nigeria nel Golfo di Guinea. Queste potenze regionali o aspiranti tali intendono aggregare attorno al loro potere politico, militare, economico e strategico, una serie di nazioni satellizzate e piegate ai loro disegni di affermazione regionale e di visibilità continentale ed internazionale. Si tratta di un fatto nuovo che impedisce ormai di ricorrere alle spiegazioni, troppo riduttive, che vedono i conflitti africani esclusivamente provocate da fattori e da interessi esterni. Quest’ultimi sono permanentemente in azione ma non agiscono più in una situazione di passività progettuale di alcuni stati africani con la smania di egemonia regionale. Una egemonia non confinata nei settori politici e militari ma che abbraccia anche corposi interessi economici come l’hanno dimostrato le motivazioni dell’attenzione dello Zimbabwe, della Namibia e del Sudafrica nei confronti della guerra nella Repubblica democratica del Congo. La presenza di tali potenze ha offerto l’alibi alla cosiddetta Comunità internazionale per disimpegnarsi e favorire “soluzioni africane” nelle operazione di peace-keeping o di peace
enforcing. L’esperienza della Somalia, con il clamoroso fallimento di “Restore Hope”, nel 1992, ha condotto le nazioni occidentali ad identificare gli interlocutori regionali africani a cui affidare la gestione diretta di queste operazione. E’ questa la sostanza delle risoluzione del vertice di Denver del G8 che ha dedicato spazio all’Africa. Occorre d’ora in avanti sostenere “la leadership africana
nello sviluppo di effettive capacità locali nella prevenzione dei conflitti, nel peace-keeping e nella
riabilitazione e riconciliazione successiva ai conflitti” (Africa: partnership for development, dal comunicato finale del Vertice G8 di Denver, citato da Stefano Dejak, Pax Africana ? il caso
Liberia e le ambizioni nigeriane”, in Limes, n° 3, 1997). In questo senso, la gestione della crisi liberiana da parte dell’Ecowas Monitoring Group, comunità definita con l’acronimo Ecomog, sembra incoraggiare iniziative intra-africane di risoluzione dei conflitti. Ma che cos’è questa struttura e come funziona ? Stefano Dejak, nello stesso articolo sopracitato la descrive in questi termini:
<<La Comunità degli Stati dell’Africa occidentale, anch’essa qui identificata con il suo acronimo
inglese di Ecowas, nasce come un raggruppamento economico regionale con il Trattato sottoscritto
significativamente a Lagos nel maggio 1976 da sedici nazioni dell’Africa occidentale, di cui nove
francofone, cinque anglofone e due lusofone. Prima di ogni altra cosa, essa rappresentava
l’ennesimo tentativo regionale di valorizzare le relazioni interafricane quale via al superamento
della dipendenza da potenze extra-africane. Fin dai suoi esordi, peraltro, la particolarità
dell’Ecowas fu la sovrastante presenza della Nigeria: dei circa duecentodieci milioni di abitanti
compresi nell’organizzazione, perlomeno la metà è nigeriana. Ne è sempre conseguito uno
sbilanciamento della sua entità collettiva, espressosi in una ingiustificata prevenzione di molti dei
suoi stati membri per le possibili mire egemoniche nigeriane, ma anche, in senso positivo, nei
benefici derivanti da impulsi propulsivi alla cui concreta attuazione la Nigeria ha sempre saputo
provvedere i necessari mezzi. Le iniziative che hanno condotto ad uno sviluppo effettivo dei mezzi
di sicurezza collettiva nell’Ecowas si sono articolate in seguito ad iniziative lanciate e sostenute
primariamente dalla Nigeria. Ne sono esempio i due protocolli aggiuntivi al Trattato Ecowas
firmati nel 1978 (Protocollo sulla non aggressione) e nel 1981 (Protocollo relativo alla mutua
assistenza nella Difesa), che hanno preceduto e consentito di addivenire (nel maggio 1990) alla
Decisione A/Dic.9/5/90, istitutiva di un Comitato permanente di mediazione con l’obiettivo di
affrontare concretamente le prospettive di risoluzione della guerra civile scatenatesi pochi mesi
prima in uno degli stati membri dell’Ecowas: la Liberia.>>. Ed è sulla base della stessa disposizione che l’Ecowas interviene nel conflitto in Sierra Leone. Incoraggiata dal “successo” liberiano in seguito al fallimento di ben dodici piani di pace dell’organismo regionale, il gigante nigeriano si lancia con grande dispiegamento di mezzi nelle operazioni di pace in Sierra Leone suscitando sempre più le perplessità dei suoi vicini e la loro invidia, anche ufficialmente espressa. Il conflitto liberiano, terminato con gli accordi di Abuja, la capitale nigeriana nel 1996 e con le elezioni del 1997, ha messo in serio pericolo la tenuta dell’organizzazione regionale. In questo conflitto, come in quello in Sierra Leone, i vari paesi avevano interessi contrastanti e patteggiavano apertamente per tale o tal’altra fazione anche attraverso la fornitura di armi e di appoggi logistici. Tutto ciò bloccava le attività dell’organismo regionale che, oltre alla gestione dei conflitti, si era anche fissato obiettivi di integrazione economica compromessa dalla conflittualità che lambiva il quadro della stabilità regionale. Spostamento di popolazioni ammassate ai confini ; sconfinamenti di truppe continui portano la destabilizzazione all’interno dei confini di ciascun paese membro. Il dittatore nigeriano Sani Abacha, al potere dal 1993 ha usato in modo strumentali queste crisi per legittimare il suo potere presso la Comunità internazionale. L’uomo politico che aveva negato al suo popolo ogni diritto politico e sociale; il corrotto che aveva organizzato una delle più sofisticate cleptocrazie di tutto il continente; il despote violento che non esito a impiccare il poeta e militante dei diritti umani del popolo ogoni Ken Saro Wiwa (1995) attirando su di se la reprobazione morale, senza l’embargo sulle esportazioni di petrolio che lo avrebbe messo in ginocchio, si presentava come il guardiano dei valori della democrazia e del rispetto dei diritti umani nella regione. Gli Stati uniti appoggiarono la sua azione in nome del principio ipocrita del “dialogo costruttivo”. Ad Abacha fu permesso di esercitare, attraverso un esercito forte e una disponibilità economica maggiore rispetto ai suoi partner dell’Ecowas, una vergognosa leadership e una posizione di interlocutore privilegiato per la soluzione del conflitto in Liberia e quello successivo che scoppia in Sierra Leone. Conflitto per il quale il XX° Vertice dei capi di Stato e di governo dell’Ecowas riuniti a…Abuja tra il 28 e 29 agosto 1996 decide di estendere il mandato dell’Organismo anche alla Sierra Leone. Determinante sarà, anche in questo caso, l’azione, nel bene e nel male, delle truppe nigeriane che costituivano una parte rilevante dell’esercito di pace regionale. Gli altri paesi della zona mal sopportavano lo strapotere nigeriano nella regione. Costa d’Avorio e Ghana soprattutto non hanno mai nascosto le loro ambizioni di contendere al gigante petrolifero d’Africa la leadership regionale. Ne l’uno ne l’altro hanno il peso demografico, economico e politico per riuscirci. La Costa d’Avorio durante la presidenza del vecchio Houphouet-Boigny ha a lungo accarezzato l’idea di essere il crocevia degli equilibri politici, economici e geopolitici della regione. Grazie alla sua immensa fortuna personale e attingendo alle casse ricche dello stato, il “vecchio” ha impostato la politica estera del suo paese nel senso di una apertura regionale molto marcato. Il paese conta circa quattro milioni di immigrati provenienti dai paesi vicini e la sua potenza e il suo dinamismo economico (è il primo produttore di cacao al mondo) hanno costituito l’elemento trainante dell’edificazione regionale. Un solo limite, e di peso, a questa politica. Il carattere eccessivamente franco-dipendente della Costa d’Avorio. Insieme al Gabon e al Camerun, la Costa d’Avorio rappresenta una “pièce maitresse” della politica francese dell’Africa. Houphouet-Boigny è stato, durante il suo lungo regno durato più di quarant’anni, il consigliere e l’alleato più ascoltato di tutti i presidenti della quinta repubblica francese. Con lui e a partire dal suo paese si sono definiti tutti gli equilibri tesi a mantenere la “main mise” francese sul continente. In questo ruolo di fiduciaria della Francia, Houphouet-Boigny ha scalzato il paese che storicamente era, nella zona, il figlio prediletto della Francia, ossia il Senegal. La Costa d’Avorio, vetrina del successo economica e della stabilita politica, conosce da dicembre scorso una situazione complessa e delicata per il suo futuro. Il colpo di stato che ha portato al potere i militari guidati da Robert Guei, per la prima volta nella storia del paese, rischia di omologare la Costa d’Avorio agli altri paesi della zona. Il virus dell’instabilità politica, della lacerazione sociale e della stagnazione economica ha contagiato uno dei gioielli del neocolonialismo francese in Africa. Ex paese guida dell’Africa Occidentale francese (AOF) durante la colonizzazione Il Senegal grazie con il suo primo presidente, ora accademico di Francia, il poeta Léopold Sédar Senghor, era il fautore zelante e il promotore instancabile della “Françafrique”; una comunità politica e culturale tra la metropoli e le sue colonie. Dakar, battezzata il quartiere latino dell’Africa, era il laboratorio politico e culturale di questa neocolonizzazione dal sapore vagamente romantico e nostalgico. Ma presto Senghor dovrà arrendersi alla “realpolitik” francese chiaramente espressa da De Gaulle nelle sue memorie: “La france n’a pas d’amis, elle n’a que des intérets” (la Francia non ha amici; essa ha solo interessi”. E gli interessi della Francia non potevano certo essere assicurate dalle aride e sterili terre del Senegal. La Costa d’Avorio, del cacao e del caffè era più appetibile per gli interessi della Francia. Il successore di Senghor ha cercato con il suo attivismo diplomatico e con il suo presenzialismo internazionale di recuperare il terreno perduto, senza successo. Ora, il paese di Senghor, alle prese con enormi problemi di immobilità della classe dirigente, con una crisi economica durissima e con il clamoroso fallimento dell’intervento nella vicina Guinea-Bissau che ha aggravato la crisi della sua regione ribelle della Casamance dovrà ridimensionare le sue ambizioni di potenza regionale semplicemente perché non ha i mezzi economici e la credibilità per portare a termine i suoi disegni. della sua politica. Il Burkina Faso si limita a scompigliare le carte degli equilibri regionali appoggiando alcune forze ribelli attraverso il rifornimento in armi puntualmente negato dalle autorità di Ouagadougou. Nonostante il suo modesto peso economico, il Burkina Faso ha saputo, tuttavia, giocare un ruolo importante negli affari regionali sia dal punto di vista politico che dell’integrazione politica. Il Togo di Eyadema è talmente paralizzata nella sua crisi interna che il suo ruolo è molto limitato nelle crisi regionali. Il vecchio dinosauro della politica, amico di tutti i dittatori africani, si accontenta di appoggiare tutte le forze della reazione e della conservazione attraverso il continente. Paese di modeste dimensioni, relativamente ricco, il Togo non potrebbe aspirare a giocare un ruolo di protagonista nello scacchiere regionale. La stessa cosi si potrebbe dire a proposito del Benin, del Mali, due tra gli esempi felici di transizione democratica di successo in Africa, e della GuineaConakry, una volta paese-faro della regione, sempre più instabile e impoverito da un regime incapace di fare uscire dal ciclo infernale dell’autoritarismo politico, della stagnazione economica e dell’immobilismo ereditato da un passato totalitario e consolidato dalle false conversioni alla democrazia. Resta il Ghana, erede storico dell’ideale panafricano propugnato dal leader carismatico Kwame Nkrumah, autore del manifesta programmatico che ha ispirato la fondazione dell’Organizzazione dell’Unità Africana “Africa must Unite”. Nonostante una stabilita politica raggiunta grazie all’azione dell’eroe contemporaneo del paese Jerry Rawlings; nonostante importanti e lusinghieri performances economiche grazie alle quali il paese viaggia con ritmi di crescita di più del 6% annuo; il paese e la sua classe politica sembra avere smarrito definitivamente la spinta propulsiva al panafricanesimo del suo padre-fondatore. La successione politica a Jerry Rawlings sembra svolgersi pacificamente, ma chiunque sarà l’erede del presidente-aviatore dovrà fare i conti con una popolazione che non sembra godere dei frutti del risanamento economico. Ancora una volta, la Nigeria rimane nella zona l’unica potenza in grado di fungere da locomotiva dell’integrazione regionale. Un Nigeria compiutamente pacificata e decisamente impegnato nel processo democratico; un Nigeria che mette le sue immense risorse al servizio del miglioramento delle condizioni di vita della sua popolazione è una perno irrinunciabile per la pace e la sicurezza nel Golfo di Guinea. Il suo ruolo è equivalente a quello del Sudafrica nelle parte meridionale del Continente; a quello dell’Angola e/o del Congo Democratico nel Centro, dell’Etiopia e del Sudan nel Corno d’Africa. Tutte le indicazioni delle Risoluzioni dell’OUA vanno nella direzione di mettere mano al più presto all’instaurazione di Comunità regionali in grado di conferire:
a)        maggiore credibilità ai progetti di sviluppo integrato all’interno di mercati più ampi e complementari dove la libera circolazione dei beni e delle persone funge da motore di integrazione. E’, in sostanza, ciò che l’intellettuale togolese Edem Kodjo chiama “panafricanismo razionalizzato” che ammette anche la possibilità di una unificazione africana a doppia velocità.
b)      accresciute possibilità di prevenire i conflitti con meccanismi negoziati a livello regionale, con il forte impegno a rinunciare all’aggressione armata. Del resto, tali entità regionale potrebbero offrire l’opportunità di ricostruire, all’interno di un quadro allargato, le continuità etniche e linguistiche arbitrariamente interrotte dalla Conferenza di Berlino;
c)       una ulteriore spinta a riscoprire la tradizione culturale. Non tanto come arma da brandire contro l’etnia rivale come insegnano a fare gli apprendisti stregoni della politica africana; ma come
“memoria vigilante” (secondo l’espressione del filosofo camerunese Eboussi Boulaga) e bussola che permette il discernimento degli elementi di una modernità imposta, affascinante e seduttrice, ma guidata da altri per i loro interessi. “Memoria vigilante” per cercare e sperimentare da se e per se i modelli politici, le forme della produzione e della distribuzione della ricchezza; i parametri di relazioni sociali e culturali.
Per avere successo in questa impresa, occorre superare la guerra e governare la pace con le armi della cultura e dello sviluppo a misura d’uomo. Uno sviluppo che faccia uscire le popolazioni dal regno della necessità; che strappi dal braccio del bambino il fucile per dargli un quaderno e una matita grazie ai quali potrà disegnare un futuro di lavoro e di dignità; che disabitui il contadino diventato profugo a vita a guardare il cielo degli aiuti per rivolgere lo sguardo laborioso verso la propria terra da coltivare e da valorizzare. Occorre cancellare il debito per strappare un intero continente all’ergastolo ingiusto della miseria e della povertà. Allora, tutti vedranno con stupore che la stessa energia che uomini e bambini mettono oggi in Africa ad odiare e ad uccidersi sarà messo al servizio del lavoro. Il vero conflitto è quello che oppone i popoli africani e tutti gli altri “naufraghi dello sviluppo” alla povertà assoluta sistematicamente contemplata; è quello della lotta contro le dure realtà delle strutture oppressive dell’economia globalizzata.
 

C.2. PROSPETTIVE

2.1. Le basi della “renaissance africaine”
L’Africa sconvolta dai conflitti e dal sottosviluppo cronico non è un mondo a parte. Essa è parte integrante della storia mondiale di cui condivide e patisce le contraddizioni, gli sconvolgimenti, le paure e le speranze. Affermare ciò vuole dire ribadire con forza una verità semplice ma che tende ad essere accantonata quando si scrive sull’Africa o quando si descrivono le “cose africane”. L’impressione è che il vecchio e mai completamente sradicato pregiudizio di una atipicità e astoricità africana continui ad ispirare le analisi e le previsioni degli “esperti” d’Africa, ciclicamente afro-ottimisti o afro-pessimisti seguendo la moda del momento, senza preoccuparsi di tracciare una linea di spiegazione dei fenomeni; una concatenazione causale che aiuti a de-finire i contorni esatti delle questioni e a com-prendre i singoli fenomeni in un quadro d’insieme coerente. I fatti africani appaiono, cosi, come dei semplici accadimenti senza senso, fatti accidentali sconnessi tra di loro, frutto illogico di una sovrastruttura selvaggia atavicamente incline al caos della insignificanza. L’Africa rimane, per questi sofisti della storia, la patria senza speranza del caos, per principio indecifrabile. Nulla si capisce e nulla si potrebbe fare per il “cuore di tenebra”, specchio ideale dell’auto-compiacimento occidentale e terreno fertile di espansione della sua generosità autoreferenziale.
Occorre reinserire l’Africa nella storia dell’umanità ed analizzare i suoi fatti come pezzi del mosaico impazzito del nuovo disordine mondiale dalle cause e dalle responsabilità identificabili. Queste cause sono di natura storica, economica e geopolitica. Esistono, anche, cause endogene che non sono affatto riconducibili alla genetica (vedi tutte le teorie coloniali o tardo coloniali sull’incapacità intrinseca degli africani di autogestirsi e di forme di convivenza civile e la conseguente necessità di ri-colonizzare il continente); esse trovano la loro genesi nelle modalità d’ingresso dell’Africa nella modernità politica ed economica. Modernità imposta che gli africani hanno adottato senza assumerla e senza la volontà o la capacità di imprimergli una fisionomia conforme alle aspirazioni dei suoi popoli, alla sua struttura antropologica e al patrimonio storico-culturale multisecolare. Una modernità guidata dagli altri per gli altri dentro la quale gli africani hanno assunto al meglio il ruolo di esecutori, al peggio quello di marionette manipolati da burattinai esperti e cinici. Quest’Africa, in bilico tra l’attrazione fatale di una modernità-trappola o miraggio guidata dagli altri e una identità violentata e lacerata ma ancora viva e attuale, stenta a ritrovare una bussola culturale in grado di guidare il suo mutamento e la sua necessaria apertura al mondo. La violenza che vi si esprime è la spia di uno smarrimento profondo di natura prioritariamente culturale, ossia la tremenda e drammatica sovrapposizione tra retaggio tradizionale e strutture moderne gestite con criteri anacronistici. Per aver fatto l’economia di una sintesi originale tra queste due ordini di realtà, il continente è abbandonato oggi alla cieca violenza attuata con strumenti e armamenti moderni sulla base di sovrastrutture mentali e di solidarietà. e vissuto quotidianamente come un altro da se e dal proprio All’interno di confini statali artificialmente tracciati dal potere coloniale, i paesi africani stentano a trovare una dimensione nazionale, un progetto di società che dilati gli orizzonti popolari al di là delle solidarietà etniche. Uno stato in grado di apportare risposte concrete ed immediate ai bisogni e alle aspirazioni degli individui smarriti, senza solidarietà effettive all’interno di uno stato percepito gruppo. L’appartenenza etnica, in se positiva in quanto luogo della manifestazione e della trasmissione dell’identità individuale e collettiva, diventa uno strumento di poataviche e poco adeguati alle mutate condizioni sociali. Partendo dalla sua cultura rivisitata e guardando in faccia la violenza strutturale della sua società, i figli dell’Africa intendono assumere il loro destino partendo dai “sotteranei della storia” che sono anche i laboratori di innovazione. Oggi, ovunque nel continente è possibile incontrare quei figli d’Africa che hanno smesso di guardare il cielo degli aiuti per rivolgere lo sguardo verso la propria terra da trasformare. Giungerà l’ora in cui tutti i figli che amano la loro terra potranno sottoscrivere le parole di Nelson Mandela, l’apostola della “renaissance africaine”: <<Oggi, con la nostra presenza, tutti noi…tributiamo onore e speranza alla libertà appena nata. Dall’esperienza di straordinarie sofferenze umane, che troppo a lungo si sono protratte, deve nascere una società di cui tutta l’umanità sarà fiera…Abbiamo finalmente conseguito la nostra emancipazione politica e ci impegniamo a liberare tutto il nostro popolo dai rimanenti vincoli della miseria, della privazione, della sofferenza, della discriminazione sessuale e di ogni altro genere di discriminazione. Mai e poi mai dovrà accadere che questa splendida terra conosca di nuovo l’oppressione dell’uomo sull’uomo…Il sole non dovrà tramontare su questa gloriosa impresa dell’umanità. Che la libertà possa regnare in eterno. Dio benedica l’Africa! (Nelson Mandela, Lungo Cammino verso la libertà)
La “renaissance africaine” più che un dato di fatto è un dover-essere. L’Afro-pessimismo o l’afroottimismo sono categorie che non sono africane. Per i popoli dei nostri paesi esiste solo la realtà quotidiana da affrontare mettendo in gioco tutte le proprie risorse perché si tratta della propria sopravvivenza. E’ possibile considerare i problemi dell’Africa come la malattia senile di un corpo in decomposizione. Allora non ci sarebbe niente da fare. Noi, invece preferiamo considerarli come le convulsioni febbrili di un organismo in piena crescita. Allora credere nella “renaissance” vuole dire aiutare il bambino a crescere; incitarlo a rialzarsi quando cade e, soprattutto insegnargli ad entrare nella foresta per procurarsi da se il cibo quotidiano. Bisogna avere fede e credere nella capacità dell’Africa di fare da se, per se con l’aiuto degli altri. C’è da crederci ?
<< E perché non dovrei crederci ? Non sarà tutto quello che è capitato negli ultimi quarant’anni a
farmi cambiare idea. La storia dell’Africa deve essere vista nella Storia, su tempi ben più lunghi
della nostra vita umana.
L’Africa non è il continente di un momento, è il continente di sempre. Soprattutto è un continente
che fa parte del mondo, un continente come tutti gli altri. La storia degli altri continenti ci dà la
certezza che le cose possono cambiare nel corso della storia.
La nostra speranza a volte si affievolisce semplicemente perché noi – europei sinceri e africani –
credevamo nell’indipendenza dell’Africa. Avevamo tutti l’impressione che sarebbe andato tutto
bene, e subito. Ma coloro che ci concedevano l’indipendenza non erano necessariamente sinceri e
si sono messi a lavorare dietro le quinte perché l’indipendenza fallisse.
Questa è la ragione principale dell’indebolirsi della speranza. C’è un’altra ragione: non sapevamo
che l’Africa fosse un continente di uomini e di donne…Come tutti gli altri, di persone capaci di fare
delle cose belle ma anche cattive, capaci di vederci chiaro e di ingannarsi. Credevamo che gli
africani fossero più intelligenti degli altri – non sono nemmeno più stupidi, ci mancherebbe. Ma di
fronte al presente e all’avvenire hanno lo stesso comportamento degli altri uomini, ciascuno nel
suo caso, nel proprio tempo.
Ma io continuo a credere più che mai nella forza dell’Africa. Perché io oggi, uomo del 1999, non
parlavo cosi quarant’anni fa. Allora ero innocente…ingenuo: mi dicevano “ecco l’indipendenza”
ed io ci credevo. Invece mi buttavano addosso dei problemi sapendo che erano dei problemi, ma
senza dirmelo. E toccava poi a me scoprirli. E Tocca a me lavorare per risolverli. E’ l’Africa e
sono gli africani che possono risolvere – a condizione che ne prendano coscienza. Adesso gli
africani si risvegliano, piano piano ma il risvegli sarà irreversibile. E’ quello che credo, almeno.
E cosi gli africani daranno il loro apporto al resto del mondo. Vi porteranno delle qualità che gli
altri forse non hanno; la fede in un avvenire, quando gli altri uomini non credono più
nell’avvenire; una maniera di guarire le malattie che si conoscono solo in piena foresta, tra i
pigmei; porteranno forse semplicemente il ridere, perché la vita sia bella…Ecco, porteranno
sicuramente la vita, perché gli africani credono nella vita che non finisce, ed è questa fede che ci
aiuta a sopravvivere dopo secoli di servitù e vicissitudini.
Gli africani hanno una infinità di cose da porte all’Uomo, non l’uomo meccanizzato fabbricato
dall’Europa, ma l’Uomo che Dio ha creato, che ha creato perché viva felice sulla terra. Non nella
miseria, non come un mendicante, condizione cui l’Europa ci ha ridotti.
Gli africani possono portare al mondo la vita, perché sono vivi>> (Francis Bebey, Nigrizia 2000,)

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