Joseph Ki-Zerbo (Toma, 21 giugno 1922Ouagadougou, 4 dicembre 2006) è stato un politico, storico e uomo d’azione burkinabé, fondatore del maggiore partito di opposizione del suo Paese.

È un’intellettuale africano che ha coniugato scienza e azione politica, non si è limitato a proseguire la carriera scientifica, ma, attento osservatore degli avvenimenti, ha preso posizione per mutare l’ordine delle cose in Africa.

Ki-Zerbo sostiene e comprova, nella sua opera, che l’Africa avesse raggiunto un elevato sviluppo sociale, politico e culturale prima del declino del continente determinato in buona parte anche dalla tratta degli schiavi.

Le sue opere maggiori sono :

«La coscienza è la responsabilità. È la guida che governa il focolare incandescente dello spirito umano.»
(Joseph Ki Zerbo, tratto da A quando l’Africa?, 2003)

JOSEPH KI-ZERBO

DA VASCO DE GAMA AL 2000, Storia di un rapporto sbagliato fra Europa e Africa

INTRODUZIONE1

II primo diritto-dovere di un uomo è quello di conoscere se stesso e co­noscere gli altri. Nell’elenco dei diritti fondamentali di ogni uomo e di ogni donna dovrebbe comparire anche il diritto ad essere conosciuti e ad essere co­nosciuti correttamente. Una conoscenza e comunicazione vera ed autentica è basilare. La vita è un complesso di comunicazioni, un programma di relazioni che trova la propria forza propulsiva in se stesso. I latini dicevano: Vita in motu. Questo movimento vitale non è nient’altro che comunicazione; se cessa la comunicazione cessa la vita. All’espressione latina gli scolastici aggiunge­vano: ab intrinseco. Vita in motu ab intrinseco. La vita è movimento a partire da se stessi. Un movimento indotto e imposto dall’esterno non è vita.

Applicando al continente africano possiamo dire che finora in Africa vi sono stati dei movimenti, ma che l’Africa è stata privata del suo movimento ab intrìnseco, della sua forza di auto-propulsione. Ancor oggi, il vero grande dramma dell’Africa è dato dal fatto che nel continente non è assicurata l’au­to-propulsione degli africani. Dalla prima comparsa dell’uomo sulla terra fino al XVI secolo l’Africa ha registrato, come gli altri continenti, un’evoluzione, un movimento ascendente. Fino al XVI secolo l’Africa poteva validamente paragonarsi agli altri continenti. Poi è intervenuta una frattura che si è andata progressivamente aggravando. La progressiva immissione di strutture prove­nienti dall’esterno ha finito per paralizzare le forze vive, le energie più vitali, del continente africano. A partire dal XVI secolo l’Africa è stata progressiva­mente esclusa da ogni possibilità di integrazione con il resto del mondo. Spesso si afferma che l’Africa è arretrata, che è fuori dal movimento del mondo moderno; raramente si dice che l’Africa è stata colonizzata, sottomes­sa, dominata. A volte, gli europei, soprattutto i francesi, dicono che anche lo­ro sono stati colonizzati a loro tempo dai romani e che questo non ha impedi­to loro di svilupparsi e progredire. Paragonano ovviamente situazioni che non sono paragonabili. È impossibile comparare l’antica colonizzazione romana con la moderna colonizzazione dell’Africa da parte dell’Europa. Del resto, al tempo della cosiddetta preistoria, all’epoca dell’homo erectus, anche gli afri­cani hanno colonizzato certi territori del continente europeo, ma quella forma di colonizzazione non aveva nulla a che vedere con la colonizzazione moder­na. Allora l’Europa era praticamente disabitata.

Molti considerano l’Africa un continente immobile, una sorta di palude stagnante. Pensano che sia stata sempre la stessa, non abbia mai inventato nulla, non abbia registrato alcun progresso, sia vissuta sempre isolata da tutto e da tutti e non abbia mai portato alcun contributo alla storia dell’umanità. In realtà, coloro che pensano in questo modo non conoscono la storia dell’Afri­ca e non riescono a vedere i movimenti interni, passati e presenti, del conti­nente africano.

Parlando dell’Africa bisogna comunque evitare di considerarla un unico blocco e semplificare eccessivamente le cose. L’Africa è un continente im­menso nel quale l’omogeneizzazione delle società non è stata così profonda come in Europa o negli Stati Uniti. Negli Stati Uniti, ad esempio, si è realiz­zato un vero e proprio “melting pot”. Esistono certamente dei clan (irlandesi, latino-americani, afro-americani), ma tutto è stato per così dire amalgamato e fuso in un unico stampo. Nulla del genere si può dire per l’Africa, dove le si­tuazioni delle varie regioni sono ancora ben differenziate e distinte. Alcuni affermano che in Africa si parlerebbero oltre mille lingue. È certamente un’affermazione esagerata, che non tiene conto dell’esistenza delle famiglie di lingue, ma è indubbio che in Africa esiste una grande varietà di culture e situazioni. L’Africa ha conosciuto dei genocidi, ma non ha conosciuto molti etnocidi. Non si sono mai costretti i vinti ad adottare la lingua dei vincitori. Le lingue e le cuture dei vinti sono state sempre preservate. Parlare di Africaal singolare è una vera forzatura. Si dovrebbe parlare di Afriche e non di Afri­ca. Le centinaia, forse migliaia, di società presenti in Africa, dal Marocco al Capo di Buona Speranza, si sono evolute con ritmi diversi e hanno prodotto flussi storici diversi.

Qui di seguito mi propongo di presentare alcune grandi tappe delle rela­zioni fra l’Africa e il mondo esterno, europeo in particolare, insistendo so­prattutto su alcuni aspetti tematici di queste relazioni. Una parte importante della mia esposizione sarà consacrata alla tratta dei neri. Concentrerò la mia attenzione sul periodo che va dal XV al XIX secolo. Non mi attarderò nella descrizione degli impatti positivi – non ve ne sono stati certamente molti – ma sottolineerò soprattutto gli aspetti negativi.

1.    LE TAPPE DELLE RELAZIONI FRA AFRICA E MONDO ESTERNO

Un’attenta considerazione mostra che l’Africa ha dato molto al mondo esterno, all’Europa in particolare. La specie umana ha avuto origine in Africa e fin dalla più remota preistoria gli africani hanno contribuito allo sviluppo del mondo abitato con la diffusione delle loro tecniche, arti e mestieri. Per millenni, forse per centinaia di migliaia di anni, l’Africa ha registrato un’evoluzione com­parabile a quella degli altri continenti. Spesso si dimentica – e anche gli africani non lo ricordano a sufficienza – che l’Africa è apparsa sulla scena della storia mondiale prima degli altri continenti. Cheik Hamidou Diop ha scritto un libro su questa anteriorità della civiltà africana. Naturalmente, quando si dice che si è an­teriori non si vuoi dire che si è migliori. A volte, è meglio arrivare alla fine piut­tosto che all’inizio, perché alla fine si può beneficiare di quello che altri hanno accumulato come bagaglio di esperienze e di realizzazioni. È il caso dell’Euro­pa. Essa è arrivata alla fine e ha potuto beneficiare di tutto quello che l’Africa e Yhomo erectus hanno potuto offrire in materia di strumenti e invenzioni. Il fuo­co, la parola, la scrittura e molte altre cose sono stati offerti all’Europa dagli altri continenti, o perlomeno dall’Africa, su un piatto d’argento. E un dato di fatto ri­conosciuto già dai greci. Essi riconoscevano di dover molto all’Egitto, non solo in ambito scientifico, ma anche in campo religioso (cfr. la concezione monotei­stica del faraone Akhenaton), filosofico e politico. Erodoto ha lasciato scritto che tutto è cominciato in Egitto. E nella sua Storia universale Bossuet (XVII secolo) riconosce la grande influenza che gli egiziani hanno esercitato sulla storia del­l’Europa e anche sulla religione cristiana. Spesso si dimentica che l’Egitto è in Africa e che l’Egitto ha potuto essere l’Egitto proprio perché era in Africa, in un continente che poteva offrire già molto nei vari ambiti della civiltà.

Durante il medioevo – il termine è applicabile solo all’Europa, ma pur­troppo la periodicizzazione della storia europea è diventata metro e misura della storia universale – l’Africa ha introdotto in Europa dal mondo arabo, in particolare dalle regioni del Maghreb, ma anche da quelle subsahariane mol­te conoscenze e molte ricchezze. L’oro del Sudan ha giocato un ruolo di pri­mo piano nell’economia medievale (cfr. gli studi dello storico francese F. Braudel). Allora nella regione dell’alto Senegal esistevano miniere d’oro a cielo aperto, sfruttate con metodi artigianali, al punto che le regioni subsaha­riane erano chiamate “il paese dell’oro” (bilad es Sudan = paese dei neri, ma soprattutto paese dell’oro). Ancora Hegel parlerà dell’Africa come del paese dell’oro. Durante le crociate, gli europei hanno attinto abbondantemente al mondo arabo, che allora era molto più sviluppato dell’Europa. Naturalmen­te, l’Europa ha avuto il merito di non limitarsi ad assorbire ciò che le veniva dal di fuori. Lo ha capitalizzato, se ne è ben servita e, pur in mezzo a diffi­coltà di ogni genere (guerre, rivoluzioni…) vi ha aggiunto del proprio, co­struendo attraverso i secoli quel particolare “genio europeo” di cui oggi tutti siamo testimoni.

Alla fine del medioevo le relazioni che intercorrono fra il regno del Mali e il sultano del Marocco, il sultano dell’Egitto e il re del Portogallo sono rela­zioni praticamente egualitarie. Sono relazioni molto importanti e l’Africa è in grado di apportarvi un suo valido specifico contributo di conoscenze e speri­mentazioni scientifiche e tecniche. Anche sul piano strettamente religioso. Le prime grandi esperienze eremitiche sono avvenute nei deserti prospicienti la valle del Nilo e la Chiesa ortodossa d’Egitto ha intrattenuto fin dalle origini frequenti e intense relazioni con la Chiesa d’Etiopia.

L’Africa ha intrattenuto relazioni anche con il continente asiatico. In tempi più recenti c’è stato ovviamente l’innegabile contributo della civiltà araba, ma già prima erano intercorsi rapporti e scambi fra l’Asia e l’Africa, sia attraverso l’Egitto, che ha avuto delle relazioni, a volte pacifiche (allean­ze), a volte conflittuali, con le grandi potenze del Medio Oriente (Babilonia, Mesopotamia, Siria), sia soprattutto attraverso il Mar Rosso. Queste relazioni hanno influenzato profondamente la civiltà egiziana al nord e la vita delle po­polazioni del Corno d’Africa e della costa orientale più a sud, dove sono in­tercorse relazioni anche con Israele (Salomone, regina di Saba, commercio dell’incenso e delle spezie). Lungo la costa orientale l’Africa è stata in contatto con il Golfo di Oman, con l’India e addirittura con la Cina. Le isole afri­cane della costa orientale, soprattutto Pemba e Zanzibar, sono state fortemen­te influenzate dalle correnti provenienti dall’Arabia, dalla Persia, dall’India e persino dalla Cina. E hanno a loro volta influenzato la vita e la cultura di quelle remote regioni. Allora esisteva un vivace commercio fra la costa orien­tale dell’Africa e l’India in particolare: oro, avorio, barre di ferro molto ben lavorate dagli africani e molto apprezzate sui mercati indiani, corni di rinoce­ronti, ai quali si attribuivano proprietà afrodiasiache, manufatti di varia natu­ra. A quel tempo l’Africa non esportava unicamente minerali e materie prime, come sarebbe avvenuto poi al tempo della colonizzazione e fino ai nostri giorni, ma veri e propri manufatti, prodotti ricchi di valore aggiunto. Con l’avvento dell’islam le relazioni fra l’Africa e i paesi del Medio Oriente sono state talmente intense e prolungate da produrre progressivamente sul suolo africano una vera e propria cultura afro-araba, con tratti socio-culturali speci­fici. La lingua e la cultura swahili sono il frutto dell’incontro fra le lingue e le culture negro-africane e la lingua e la cultura araba. Per secoli gli arabi sono rimasti sulle isole e lungo le coste dell’Africa. Solo nel XVIII-XIX secolo co­minceranno a penetrare all’interno del continente e ad avviare anche in quelle regioni la tratta dei neri su vasta scala.

Ma il teatro delle maggiori reciproche influenze fra l’Africa e l’Asia è stata indubbiamente l’isola di Madagascar, dove tuttora le etnie, la flora e la fauna sono la prova vivente degli scambi genetici, biologici e culturali inter­corsi fra le civiltà asiatiche e quelle africane. Sull’isola è avvenuto un vero incontro fra etnie influenzate più direttamente dall’Africa (es. i sakalava) e etnie influenzate più direttamente dall’Asia (es. i merina). Gli asiatici giunti sull’isola si sono installati sulle alture, dove i loro discendenti hanno costitui­to regni originali e ben organizzati che in tempi più vicini a noi hanno saputo tener testa persino agli assalti delle truppe francesi. Tutto questo ha contribui­to a fare di Madagascar un’isola molto particolare, dotata di una straordinaria bio-diversità. La civiltà malgascia è il risultato dell’incontro fra le civiltà del­l’Africa tradizionale, dell’Asia e del Medio Oriente (paesi arabi). È il frutto dell’incontro di tre influenze, alle quali è venuta ad aggiungersene in tempi più recenti una quarta: quella dell’Europa cristiana.

Le relazioni fra Asia e Africa non sono state ovviamente le stesse in tutti i casi. Mentre l’influenza dell’India è stata piuttosto duratura e profonda, quella della Cina e dell’Estremo Oriente è stata certamente più limitata. La dinastia cinese che aveva cominciato a inviare navi e uomini verso l’Africa è stata sostituita da una dinastia favorevole all’isolamento della Cina, per cui è stato posto rapidamente fine alle influenze cinesi che avevano cominciato a segnare non solo il Madagascar, ma anche il Mozambico e le coste del Kenya (Mombasa). Pur disponendo delle migliori navi dell’epoca l’Impero di mezzo decise di ridurre drasticamente i propri contatti con il mondo esterno, convin­to che la Cina potesse ormai bastare a se stessa.

Nel corso della sua storia l’Africa ha beneficiato, come ogni altro conti­nente, di quest’osmosi delle conoscenze e delle realizzazioni e gli storici non hanno difficoltà a riconoscere l’evoluzione e il progresso avvenuto sul conti­nente africano. La linea di sviluppo dell’Africa è certamente irregolare, ma sempre in ascesa. L’Africa ha conosciuto alti e bassi, epoche più o meno feli­ci, scossoni e soprassalti, ma è costantemente avanzata, al pari di ogni altro continente.

L’Africa occidentale ha conosciuto un momento particolarmente difficile al tempo della creazione del Sahara, anche se forse l’esistenza della civiltà egiziana è dipesa proprio dalla presenza del Sahara. Nelle mie ricerche ho in­sistito molto su questo aspetto. L’origine di tutto è stato il Sahara. Nel Sahara si sono trovati modelli dinastici egiziani anteriori a quelli attestati nella valle del Nilo, che cominciò a diventare appetibile, ad essere abitata e intensamen­te coltivata solo dopo la formazione del Sahara. Ma la formazione del Sahara ha nuociuto all’Africa subsahariana. Quell’enorme deserto è diventato ben presto una sorta di setaccio e di filtro delle influenze scientifiche, tecnologi­che, ecc. Esso ha impedito e comunque notevolmente ridotto le comunicazio­ni e gli scambi. I contatti, le influenze possono essere sia positivi che negati­vi, ma è sempre meglio che esistano piuttosto che non esistano. Ora il Sahara veniva a costituire una barriera pressoché insormontabile. La sua attraversata richiedeva dei mesi ed era piena di insidie soprattutto a causa della mancanza d’acqua. Si usavano i cammelli come veri frigoriferi ambulanti. Venivano fat­ti bere a crepapelle, si legava loro il muso e si partiva. Quando c’era necessità di acqua, si uccideva il cammello, si prelevava l’acqua immagazzinata nel suo ventre e se ne mangiavano le carni. E così si continuava il viaggio. Ma nonostante tutto, anche al sud del Sahara vi è stato uno sviluppo della cono­scenza, al punto che si attraversava il deserto per andare ad ascoltare i maestri africani che abitavano in quelle contrade. Leone l’Africano, che ha attraver­sato diversi paesi africani, racconta che sul mercato di Gao e di Timbuctù, la mercé più venduta erano i libri. Non si potrebbe fare miglior elogio di una cultura e di una civiltà! Ciò significa che in Africa sub-sahariana esisteva un’intensa vita intellettuale e culturale. Ahmed Babà ad esempio, un nero africano che insegnava a Timbuctù, era conosciuto in tutto il mondo arabo. I viaggiatori arabi e i primi esploratori europei riferiscono che i re del Mali e di Gao possedevano autentiche biblioteche. Nel XV secolo gli imperatori e gli alti dignitari dell’impero del Gao erano generalmente molto istruiti e posse­devano biblioteche ben fornite e frequentate. Ciò dimostra che avevano rag­giunto un certo livello. Del resto, a Timbuctù il tasso di scolarizzazione era piuttosto elevato. Timbuctù era una città di 150.000 abitanti quando Londra ne contava solo 120.000, anche se nel XIX secolo, a soli pochi secoli di di­stanza, Londra ne aveva dieci volte di più e Timbuctù dieci volte di meno. Quando il re del Mali si recò in pellegrinaggio alla Mecca, accompagnato da un folto seguito recante tonnellate d’oro, fece un’enorme impressione sul mondo arabo. Si pensò che provenisse da una specie di paradiso terrestre. Quelle tonnellate d’oro causarono addirittura un crollo del prezzo dell’oro sui mercati arabi. E quando gli si chiese di prostrarsi, o almeno inchinarsi, da­vanti al sultano dell’Egitto rispose che una cosa del genere era assolutamente impensabile. E accettò di farlo solo quando venne assicurato che si trattava di una prassi comune, assolutamente priva di conseguenze, e che quel gesto non significava assolutamente che egli fosse meno grande e importante del sulta­no di Egitto. E ciononostante si inchinò dicendo: “Mi inchino davanti a Dio che mi ha creato”. A quel tempo gli africani erano certamente fieri della loro civiltà e si sentivano perfettamente a loro agio nella loro cultura. Penso che allora in Africa la vita avesse un buon livello qualitativo e che l’organizzazio­ne politica e sociale fosse pienamente soddisfacente. L’Africa sub-sahariana era certamente ben strutturata e, cosa più importante, era strutturata in modo endogeno. Quest’evoluzione positiva e questo sviluppo ascensionale appare chiaramente soprattutto nel periodo che va dal regno del Ghana all’impero di Gao. In quel periodo si registra un evidente progresso nella configurazione e complessificazione delle strutture e delle istituzioni e anche nella crescita economica. L’impero di Gao era molto più grande del regno del Mali, il quale era a sua volta molto più grande del regno del Ghana. Ma si trattava sempre di regni che si estendevano su molte migliaia di chilometri, avevano una struttura decentralizzata e assicuravano un buon livello di benessere alle loro popolazioni. Non erano regni rigidamente aristocratici ed erano organizzati in modo che, nonostante le difficoltà, avrebbero potuto durare nel tempo. Nell’impero di Gao era già in corso un cambiamento del modo di produzione; gli imperatori stavano realizzando grandi infrastrutture (per esempio, canali di collegamento fra il fiume Niger e altri corsi d’acqua o laghi, miglioramento della produzione agricola…), servendosi fra l’altro della consulenza tecnica di ebrei, che, cacciati dalla Spagna, avevano trovato rifugio in un’oasi ai confini con la Libia, e di altri esperti fatti venire direttamente dall’Europa. C’erano già in atto politiche di sviluppo che avrebbero certamente portato i loro frutti se si fosse potuto continuare. Ma proprio allora cominciò ad affermarsi un nuovo tipo di relazioni fra l’Europa e l’Africa, un tipo di relazioni che avreb­be mutato profondamente il corso della storia del continente africano. Le re­lazioni intercorse fra l’Europa e l’Africa dal XVI al XX secolo sono state pressoché identiche durante l’intero periodo. Non hanno registrato un peggio­ramento, ma neppure un miglioramento.

Penso comunque che le relazioni fra Europa e Africa nel periodo che va dal XVI al XX secolo possano essere distinte in quattro grandi tappe:

Secoli XV-XVI.

Questa tappa costituisce una serie cronologica abbastanza omogenea ca­ratterizzata da grandi rivolgimenti ambientali, politici e sociali. A partire dal Mar Rosso i regni musulmani si installano progressivamente sulle coste orientali dell’Africa e vanno all’assalto dei regni cristiani della Nubia e del­l’Etiopia. Il regno cristiano della Nubia viene travolto dall’avanzata islamica, mentre l’Etiopia, anche grazie all’appoggio offerto dai portoghesi, resiste al­l’assalto. L’isiam cerca di penetrare in profondità anche nei paesi dell’Africa occidentale. Anche i regni africani interni dell’Africa occidentale intrapren­dono campagne di espansione. Così i mossi raggiungono Walata. Nel frattem­po i musulmani vengono cacciati dalla Spagna e con il Trattato di Tordesillas la Spagna e il Portogallo si dividono il mondo che resta ancora da scoprire, mentre Francesco I di Francia chiede insistentemente di poter vedere l’artico­lo del testamento di Adamo che lo esclude dalla partecipazione alla spartizio­ne del mondo.

Durante questo periodo alcuni regni africani (Kongo, Benin) raggiungo­no il loro massimo splendore. Nella battaglia di Tendivi (1591) l’impero di Gao – risultato di una lenta evoluzione che è iniziata nel VII-Vili secolo e ha prodotto successivamente il regno del Ghana, il regno del Mali e l’impero di Gao – viene annientato da un’invasione marocchina. Le lance della cavalleria dell’imperatore di Gao non riescono ad opporre alcuna valida resistenza alle armi da fuoco marocchine. La scomparsa dell’impero di Gao segna la fine di un’epoca. Comincia la tratta dei neri. La facilità con cui prende piede e si diffonde si può spiegare solo con un indebolimento delle società africane, dovuta in parte anche alle grandi epidemie e ai periodi di protratta siccità che colpisco­no l’Africa occidentale in questo periodo (cfr. i racconti dei viaggiatori arabi). Nella ricostruzione della storia non si deve mai trascurare l’impatto ambien­tale ed ecologico, che a volte può risultare decisivo. È questo il contesto che permette di spiegare la possibilità stessa della tratta dei neri.

Secoli XVII-XVIII.

Questa tappa è caratterizzata dall’adattamento degli africani alla tratta dei neri. Vi si adattano le società e vi si adattano i regni. Lungo le coste si in­staurano nuovi regni (es. regno ashanti, regno Abomay) che profittano della tratta e si adattano sempre più al sistema che si va diffondendo e impiantando sul continente. Nelle regioni interne si moltipllcano i regni a carattere etnico e tribale: continuazione del regno mossi, regno bambara di Segou, regni del­l’Africa centrale e orientale (regno kuba, regno baoulé, regno di Bunyoro, di Buganda). Durante la prima parte di questo periodo continuano ad esistere i grandi regni multietnici, che si estendono su 2000-3000 chilometri, inglobano molte etnie e le governano mediante strutture fortemente decentrate. Da que­sto punto di vista il regno del Mali è un vero modello. Esso intrattiene rela­zioni diplomatiche con il Portogallo. E quando i mossi giungono a Walata (nell’impero del Mali), l’imperatore manda una delegazione in Portogallo a chiedere aiuto. A quel tempo i re africani si consideravano assolutamente alla pari dei re portoghesi o spagnoli. I primi portoghesi giunti nel regno del Kon-go si sono prostrati davanti al re del Kongo esattamente come facevano da­vanti al loro re. Allora esisteva un vero partenariato ante luterani. C’era un clima di uguaglianza. Il re Alfonso del Kongo poteva chiedere e ottenere assi­stenza tecnica dai re europei, esattamente come si fa oggigiorno. Poteva chie­dere e ottenere operai specializzati per iniziare i suoi sudditi alle arti e ai me­stieri. Ma in un secondo tempo si cominciò a mandargli armi e a fare degli schiavi nel suo regno. Il re Alfonso del Kongo è da questo punto di vista una figura emblematica. Negli anni del suo regno ha percorso l’intera parabola delle relazioni fra l’Europa e l’Africa. Si convertì al cristianesimo, inizial­mente venne considerato alla stregua dei re europei, ma ben presto gli si fece chiaramente intendere che tale non era e si cercò addirittura di ucciderlo. Già allora le relazioni fra Europa e Africa cominciavano a prendere decisamente la piega dello sfruttamento.

Secolo XIX.

Questa tappa è caratterizzata da grandi unioni di tenitori. Si tratta di qualcosa di nuovo per il continente africano. Alcuni leader africani (per es. Chaka, Ousmandan Podio, Samori…) avvertono la necessità di ricreare i grandi spazi che esistevano al tempo del regno del Mali, dell’impero di Gao, di quei grandi regni e imperi autoctoni, autonomi, pienamente africani e dota­ti di un loro sviluppo interno. E questo sia per resistere alle pressioni prove­nienti dall’esterno che per amalgare le varie etnie e tribù. Le nuove tecnolo­gie e soprattutto le armi sembravano rendere possibile la creazione di quei grandi spazi, ma tutti i tentativi in materia si scontrarono ben presto con gli interessi della colonizzazione, da un lato, e con le resistenze delle etnie del­l’interno dell’Africa, dall’altro. El Hadj Ornar, ad esempio, è stato attaccato sia dai francesi, che avanzavano dal Senegal verso il Mali e il Sudan dell’e­poca, sia dai bambara, che egli voleva inglobare nel suo impero musulmano e alla fine venne sconfitto da queste due forze fra loro antagoniste, ma coaliz­zate contro di lui.

Secolo XX.

Questa tappa è caratterizzata da un nuovo adattamento. Un impatto del tutto particolare hanno avuto sulle colonie le due guerre mondiali e la grande crisi del 1929-30, che ha ulteriormente aggravato lo sfruttamento e la domina­zione dei popoli africani. Gli africani hanno partecipato numerosi alle due guerre mondiali. Anche al termine della prima si aspettavano che la loro situa­zione migliorasse, ma un effettivo cambiamento delle loro condizioni si è avu­to solo dopo la seconda. Solo allora si è aperta la porta al processo di decolo­nizzazione: conferenza di Bandung (1955); guerre di liberazione. Un evento importante è, da questo punto di vista, l’indipendenza del Ghana (1957). A prescindere dall’Etiopia e dalla Libertà, il Ghana è stato il primo stato africano ad accedere all’indipendenza, al termine di una decisa lotta politica e sociale. Mentre i paesi dell’Africa occidentale raggiungono rapidamente l’indipenden­za, nei paesi anglofoni – soprattutto nelle colonie di popolamento (Rhodesia, Africa del Sud) – compaiono decise tendenze all’apartheid, che produrranno aspri scontri fra bianchi e neri, fino alla definitiva abolizione del regime di se­gregazione alla fine della guerra fredda. Anche nelle colonie portoghesi la co­lonizzazione continuerà ben al di là dell’anno delle indipendenze (1960).

Un tratto caratteristico del XX secolo è il fiorire su larga scala dell’istru­zione, compresa l’istruzione universitaria. Anche nel XV-XVI secolo esistevano università (Mali, Gao), ma erano università di tipo antico. Solo nel XX secolo l’Africa conoscerà sistemi educativi di nuova generazione, importati direttamente dall’Europa.

Un altro tratto peculiare del XX secolo è costituito dalle federazioni co­loniali (Africa occidentale francese, Africa orientale anglofona) e, dopo le in­dipendenze, dalla federazione del Mali. Si tratta di configurazioni che antici­pano, a mio avviso, le necessità specifiche del XXI secolo e che non costitui­scono del resto delle novità in Africa. In Africa è sempre esistita una tendenza alla regionalizzazione, alla creazione di grandi spazi. Nonostante l’estrema varietà di etnie e tribù, l’Africa ha sempre sentito la necessità di oltrepassarle, di amalgamarle, al fine di costituire spazi geo-culturali e politici più ampi. Regni su base tribale ed etnica e regni schiavisti sono esistiti praticamente so­lo nei secoli XVII-XVIII, in un periodo estremamente difficile per le popola­zioni africane in quanto interamente dominato da influenze esterne ruotanti attorno alla tratta degli schiavi. Per il resto, nella dialettica fra la tendenza al­l’atomizzazione etnica e la tendenza alla creazione di più ampi spazi l’Africa ha sempre dimostrato di preferire quest’ultima. Essa si è resa sempre istinti­vamente conto che senza la creazione di questi grandi spazi non avrebbe avu­to alcuna possibilità di esercitare un qualche peso sulle vicende del mondo circostante e sul corso della storia.

2.    ASPETTI TEMATICI DELLE RELAZIONI FRA EUROPA E AFRICA

Nei secoli oggetto della nostra indagine (XVI-XX secolo) la grande cor­sa dell’Europa all’Africa è stata dominata in gran parte dalla ricerca delle ma­terie prime, soprattutto spezie, ma anche oro e cristiani. I primi avventurieri e negrieri dicevano di essere venuti in Africa a cercare spezie e cristiani. Il loro intento dichiarato era quello di diffondere la religione cristiana, ma in realtà miravano alla tratta dei prodotti del suolo e del sottosuolo e alla tratta dei ne­ri. A parte la tratta dei neri, la colonizzazione del XIX secolo continuò sulla stessa strada. Allora l’Europa entrò massicciamente in Africa con il pretesto di porre fine alla tratta degli schiavi. La tratta aveva assunto proporzioni tali da far temere una totale scomparsa delle popolazioni africane. L’Africa ago­nizzava e si doveva porre fine alla sua agonia. E non mancarono certamente europei ben intenzionati. Tutti conoscono il ruolo giocato in questo campo da alcune eminenti personalità, fra cui il card. Lavigerie, fondatore dei Padri Bianchi. Nel XX secolo l’Africa è stata integrata nel mondo, ma è stata inte­grata malamente, dolorosamente, attraverso tre guerre mondiali: la prima (1914-1918), la seconda (1939-1945) e la terza, che in Europa va sotto il no­me di “guerra fredda” ed è stata combattuta fra i paesi ad est e ad ovest del muro di Berlino. Spesso si dimentica che la “guerra fredda” al Nord ha pro­dotto guerre calde al Sud, che hanno interessato diversi paesi africani, fra cui l’Angola, l’Etiopia e il Sud Africa. L’apartheid ha potuto perpetrare impune-mente il suo genocidio in parte proprio grazie alla guerra fredda. Tanto è vero che al termine della guerra fredda l’apartheid è stato rapidamente liquidato.

I tentativi di integrazione dell’Africa nel movimento mondiale sono stati decisamente maldestri. Sono state altrettante occasioni mancate per l’Africa. In realtà, si è trattato di tentativi di inclusione-esclusione, di tentativi di inclu­dere per escludere. E oggi, alle soglie del XXI secolo, si assiste a una sorta di quarta guerra mondiale: la guerra economica, prodotta dalla mondializzazio­ne della finanza e del mercato.

E vengo alla presentazione di alcuni aspetti delle relazioni sbagliate che sono intercorse fra Europa e Africa negli ultimi cinque secoli. Nella delinea­zione dei vari tentativi di inclusione-esclusione adotterò un approccio temati­co e cronologico al tempo stesso, passando rapidamente in rassegna ambien­te, demografia, economia, politica, cultura.

Ma permettetemi, anzitutto, una breve annotazione sul modo in cui si è tradizionalmente raffigurato il pianeta terra. A partire dal XV-XVI secolo l’uomo ha cominciato a rendersi conto della rotondità della terra e ha cercato di rappresentarla su una superficie piana, realizzando carte geografiche e pla­nisferi. La rappresentazione che ha avuto maggior successo e ha finito per imporsi è stata quella di Mercatore, Si tratta di una proiezione ortogonale della rotondila della terra su una superficie pialla. Essa penalizza decisamen­te le latiludini equatoriali e Iropicali che risultano compresse e rimpicciolite rispetto alle latitudini alle (al nord e al sud). Così il planisfero Irasmelle un’i­mago mundi (immagine del mondo) errala. L’Africa con i suoi 33 milioni di km2 risulta molto più piccola dell’Unione sovietica, che aveva solo 22 milio­ni di km2. Nella proiezione di Mercatore l’Africa risulta rimpicciolita rispetto all’Europa e lo stesso dicasi dell’India rispello ai paesi scandinavi. Questo errore “scientifico” può facilmente trarre in inganno anche grandi geografi e storici. Così, nella sua prefazione a un Atlante dell’Africa pubblicato da Jeu-ne Afrique, il grande Monod afferma che l’Africa è periferica, isolata, posta ai margini. Egli ha evidentemente sott’occhio la proiezione di Mercatore, che fa effettivamente del continente africano un continente periferico, isolato, emarginato.

Ben diverso sarebbe stato il suo giudizio se si fosse basato sulla proie­zione di A. Peters, che riproduce fedelmente la superficie reale dei continenti e quindi la loro esatta collocazione geografica sul planisfero. Nella proiezione di Peters l’Africa è praticamente al centro del planisfero e si estende profon­damente verso nord e verso sud.

Ambiente

Nel corso del XIX e XX secolo l’ambiente africano è stato sottoposto a un sistematico saccheggio da parte dei colonizzateli. Le distruzioni ecologi-che operate in Africa in questo periodo hanno avuto delle ripercussioni sul­l’ambiente a livello mondiale. L’Africa, che era rimasta a lungo uno dei pol­moni del mondo, assieme all’Amazzonia e ad alcune altre regioni del globo, ha progressivamente perso questa sua funzione di preservatrice del clima e delle fonti di energia non rinnovabili a livello planetario. Fino al XIX secolo essa era riuscita in qualche modo a preservare la sua meravigliosa bio-diver­sità e la sua pressoché inesauribile ricchezza di risorse naturali rinnovabili e non rinnovabili. Diversi documenti del XV e XVI secolo parlano con stupore della sua lussureggiante vegetazione e della grande varietà e abbondanza dei suoi animali. Leggendo le memorie lasciateci da un abbé francese sul Senegal del XIX secolo ci si chiede se parli dello stesso paese che conosciamo oggi. Egli parla dell’esistenza di una ricchissima flora e fauna ad appena qualche chilometro di distanza da Dakar: foreste lussureggianti, mandrie di bufali e di elefanti, un’enorme varietà e quantità di uccelli aquatici…, tutte cose oggi as­solutamente inimmaginabili. Io stesso ho potuto essere testimone, nel breve corso della mia vita, degli enormi cambiamenti intervenuti in Africa in mate­ria di flora e di fauna. Quell’abbondanza di acqua e quelle rigogliose forme di vita animale e vegetale che ho potuto vedere da ragazzo sono ormai un lonta­no ricordo. Allora al di sopra delle nostre teste passavano ancora moltissimi uccelli acquatici dal volo possente e maestoso e gli stagni pullulavano di ana­tre selvatiche e di una grande varietà di rane. Le specie tradizionali dell’Afri­ca, vegetali e animali, sono state sottoposte a un autentico massacro. La natu­ra è stata fatta oggetto di un selvaggio sfruttamento da parte di persone prove­nienti dall’ esterno, le quali hanno arraffato tutto ciò che hanno potuto e non si sono preoccupate, come farebbe un buon padre di famiglia, un normale pro­prietario, di salvaguardare un certo equilibrio ambientale.

Ancor oggi molti europei pensano che in Africa la natura sia selvaggia, che domini l’uomo e quasi lo soffochi. Essi non sanno che l’africano si è sempre preoccupato di salvaguardare un certo equilibrio ambientale e che ha sempre trattato la natura con grande rispetto, addirittura con religiosa venera­zione. Ha utilizzato la natura, l’ha posta al proprio servizio, ma sempre con moderazione, con la preoccupazione di rispettare un fondamentale equilibrio fra l’uomo e la natura. I guaritori, ad esempio, prima di recidere un ramo o staccare delle foglie da un albero, erano soliti raccogliersi come in preghiera: parlavano all’albero, gli chiedevano il permesso e si scusavano con lui del­l’atto che stavano per compiere. Il rapporto dell’africano con la natura era ta­le che la natura veniva strutturalmente preservata.

La colonizzazione ha sovvertito tutto questo, adottando un approccio quasi criminale alle risorse naturali. Essa ha praticato, fra l’altro, una deforestazione sel­vaggia. Dall’inizio del XX secolo ad oggi la Costa d’Avorio ha perso i due terzi delle sue foreste e gran parte delle sue risorse naturali. Tutto questo non può essere assolutamente imputato alla sola crescita demografica. È da imputarsi piuttosto a uno sfruttamento squilibrato e direi quasi selvaggio portato avanti dalle compagnie private che hanno sempre considerato l’Africa come una fonte pressoché inesauri­bile di prodotti e di risorse. Di questo passo la foresta ivoriana sarà ben presto un semplice ricordo. Nessuna meraviglia allora che oggi l’harmattan, il vento caldo del deserto, raggiunga la Costa d’Avorio e molti altri paesi della fascia del sahel, dove si registrano climi del tutto sconosciuti fino a non molto tempo fa.

E purtroppo anche gli attuali leader africani hanno preso la cattiva abitu­dine di maltrattare la natura. Recentemente mi sono recato ad Addis Abeba per mettere a punto un libro di educazione civica per i bambini africani che tenga conto anche del problema ecologico. Lì ho avuto modo di incontrare anche alcuni diplomatici africani con i quali ho parlato del rispetto dell’am­biente e in particolare del rispetto della foresta. In quell’occasione l’amba­sciatore del Gabon si è premurato di dire che il suo paese sfrutta intensamente le foreste, ma rimpiazza sistematicamente gli alberi abbattuti con altri alberi (rimboschimento). Egli confondeva evidentemente gli alberi e la foresta, per cui gli ho detto: “Non bisogna che gli alberi ci impediscano di vedere la fore­sta”. La foresta non sono gli alberi. La foresta è una realtà globale, un sistema vivo, complesso, un eco-sistema coordinato formato da molti elementi inter­dipendenti. La sostituzione degli alberi abbattuti con altri alberi non può rico­struire questo eco-sistema articolato e ben organizzato, formato da una miria­de di micro-organismi e macro-organismi.

Anche le riserve ittiche sono fatte oggetto di uno sfruttamento selvaggio, squilibrato. Lungo tutte le coste africane le compagnie straniere catturano in­discriminatamente i pesci – pesci di ogni specie e di ogni taglia – con enormi reti a strascico, impoverendo rapidamente le riserve ittiche e causando a lun­go andare una vera e propria sterilizzazione degli oceani. Sembra addirittura che gli europei abbiano inventato un nuovo diabolico congegno in grado di aspirare i pesci. Tutto questo è molto grave e tanto più grave per il fatto che i paesi africani non dispongono dei mezzi tecnici per controllare ciò che avvie­ne al largo delle loro coste in materia di pesca.

Fortunatamente sono sempre più numerose le organizzazioni ecologiste che denunciano questo brutale saccheggio della bio-diversità del pianeta. Una di queste organizzazioni (RAPI) ha pubblicato recentemente un volume fan­tastico e spaventoso al tempo stesso, intitolato Human Nature, nel quale si descrive lo stato di progressivo degrado della bio-diversità del pianeta, so­prattutto ad opera delle grandi compagnie farmaceutiche, delle bio-tecnolo­gie, della stessa economia. Le ragioni dell’economia stanno progressivamente impoverendo il mondo. Esse inducono ad accantonare sempre più le varietà naturali e a sostituirle con le varietà ad alto rendimento, selezionate dai labo-ratori di ricerca. Queste varietà ad alto rendimento – per esempio, il mais -vengono imposte nel mondo intero attraverso le cosiddette rivoluzioni verdi. Così si va progressivamente verso 2-3 varietà ad alto rendimento e tutte le al­tre varietà che l’uomo ha conosciuto e coltivato per millenni vengono abban­donate o conservate in banche dei geni, situate regolarmente al nord, per cui se un giorno l’Africa vorrà ritrovare ciò che le sue popolazioni hanno coltiva­to e prodotto per migliaia e migliaia di anni dovrà rivolgersi necessariamente a quelle banche, le quali naturalmente si faranno pagare i servizi richiesti.

Dopo aver per oltre un secolo e mezzo espropriato l’Africa e saccheg­giato la sua natura, ora il nord non trova nulla di meglio che raccomandare ai governi africani di proteggere la natura e di farne un uso oculato. Si continua a ripetere agli africani ciò che diceva a suo tempo il presidente degli Stati Uniti Reagan: “Non hanno che da fare come facciamo noi. Per svilupparsi, per progredire l’Africa non deve fare altro che imitarci”. Ma si dimentica che fare come il nord, fare come l’America, significherebbe sfruttare la natura trenta volte di più di quello che fanno attualmente gli africani. Tale è infatti oggi il consumo dei paesi ricchi. Il recente Vertice di Kyoto ha mostrato chia­ramente che i paesi ricchi non sono disposti a rinunciare ai loro livelli di con­sumo. In tutto questo vi è una grave contraddizione. Il Giappone preserva le Proprie foreste, ma sfrutta  intensamente le foreste dell’Indonesia, della Ma-laysia e di altri paesi del sud-est asiatico. Non prevedendo validi finanzia­menti per la lotta alla desertificazione l’Agenda 21 mostra chiaramente che questo problema non interessa molto agli abitanti del nord del pianeta. Ciò che sta loro a cuore sembra essere solo lo strato dell’ozono, il riscaldamento dell’atmosfera, il problema dell’anidride carbonica. Tutto questo indica chia­ramente che la natura africana ha interessato l’Europa solo come vivaio, co­me riserva da cui attingere meccanicamente, senza pensare alle persone vi­venti in quell’ambiente.

Del resto, attualmente il rapporto culturale con la natura sta cambiando anche in Africa. La rispettosa distanza che gli africani hanno sempre dimo­strato nei riguardi della natura viene sempre più spesso sostituita da atteggia­menti più aggressivi, più conflittuali. Si mira a una crescente strumentalizza­zione della natura. Non ci si comporta più come il buon padre di famiglia, ma come l’avventuriere che taglia la foresta per venderne il legname, che spezza i rami per coglierne più celermente i frutti. Questa strumentalizzazione della natura e questo atteggiamento aggressivo nei riguardi delle risorse naturali si vanno diffondendo anche in Africa. Non ci si accontenta di nutrirsi, si vuole ammassare danaro, vendere i prodotti della natura al mercato.

Demografia

Da quattro secoli la demografia africana risulta mal strutturata e orienta-ta e anche attualmente la questione demografica africana non viene in genere posta correttamente. Nel XVI secolo l’Africa era molto ben popolata, come dimostrano molte testimonianze scritte lasciate dai primi viaggiatori arabi e dai primi esploratori europei (Ibn Battuta, Pigafetta, Stanley, ecc.). Tutti i viaggiatori ed esploratori (arabi, portoghesi, spagnoli, italiani) parlano del pullulare della popolazione africana, del loro stupore di fronte a una così nu­trita presenza di abitanti sul continente africano, non solo nelle città, ma an­che nei villaggi e nelle campagne. La consistenza della popolazione africana è attestata anche dagli effettivi militari. Nel caso del Senegal, ad esempio, si afferma che il re del regno del Wolof, un regno peraltro relativamente picco­lo, poteva arruolare 100 mila fanti e 10 mila (secondo altre fonti, 8 mila) ca­valieri. Sono cifre attendibili, non fantasiose. Del resto, sono proposte da per­sone che avevano una buona conoscenza di ciò di cui parlavano. Si trovano in documenti di guerra o nei testi di autori, come Ibn Battuta, che erano dei grandi reporter del tempo e avevano percorso in lungo e in largo l’Africa al nord e al sud del Sahara. Prima di invadere la Spagna anche gli almoravidi si erano spinti fino in Senegal e in Senegambia.

L’evoluzione demografica dell’Africa ha cominciato a distinguersi so­stanzialmente da quella degli altri continenti solo a partire dal XVI secolo. A prescindere dalla tratta dei neri, non si trova alcuna altra ragione oggettiva in grado di spiegare questa diversità di popolazione fra l’Asia, l’Europa e l’Afri­ca. Le ricerche condotte da Madame Diop, insigne storica e demografa, di­mostrano che fino al XVI secolo l’Africa ha registrato un movimento demo­grafico ascendente. Su questo punto concordano tutti i primi viaggiatori ed esploratori. Il fenomeno storico in grado di spiegare questa battuta d’arresto e quest’involuzione nella demografia e nella storia africana non può essere che la tratta dei neri (cfr. sotto).

Oggi, in Occidente molti affermano che l’Africa è sottosviluppata per­ché gli africani fanno troppi figli e il continente ha una popolazione eccessi­va. Così si fa di tutto per intervenire sulla crescita demografica africana (il 3% circa annuo) artificialmente, con metodi meccanici. Si vuole ridurre mec­canicamente un tasso di natalità che si va già riducendo naturalmente e si fi­nanziano programmi di limitazione artificiale delle nascite. L’idea che l’Afri­ca è sottosviluppata perché la sua crescita demografica è eccessiva è chiara­mente errata. E vero esattamente il contrario. In Africa la crescita demografi­ca è elevata perché l’Africa è sottosviluppata. In tutti gli altri continenti la ri­duzione della crescita demografica è andata naturalmente di pari passo con l’innalzamento del livello di vita e del benessere economico. Ora in Africa si vuole rovesciare il problema. Si agita davanti agli africani il preservativo -che è diventato una sorta di religione – e si fa addirittura della densità dei pre­servativi un indicatore di sviluppo. Recentemente, a Lisbona, qualcuno mi ha detto che si dovrebbero paracadutare milioni di preservativi su tutto il conti­nente africano. È una vera aberrazione. Penso che sarebbe molto meglio de­stinare allo sviluppo gli ingenti fondi investiti negli anticoncezionali e nei programmi di controllo meccanico della fecondità, certi che lo sviluppo pro­durrà naturalmente anche in Africa – come è avvenuto in tutti gli altri conti­nenti – una riduzione della crescita demografica.

Del resto, già attualmente le famiglie africane più sviluppate, più scola­rizzate, sono quelle che hanno il minor numero di figli. E questo certamente anche sotto l’influsso del modello europeo. Man mano che lo sviluppo avanza il numero dei figli si riduce. Bisogna ricollocare la demografia africana nel­l’insieme degli altri parametri e fattori per comprendere il giusto modo di trattare il problema demografico in Africa. E comunque un fatto che l’attuale po­polazione dell’Africa non è in linea con le risorse di cui dispone il continente.

In seno alla popolazione africana stanno avvenendo profondi mutamenti strutturali. Oggi, il fenomeno di gran lunga più importante, il vero problema, non è la crescita demografica in sé, ma la diversa distribuzione della popola­zione fra le campagne e le città. Ovunque in Africa si assiste a una vera e pro­pria corsa alle città. L’inurbamento affonda le sue radici nella politica colo­niale e neo-coloniale che ha sempre teso a favorire i cittadini rispetto ai con­tadini. Il fatto che i contadini si trovino intrappolati in un ciclo di continuo e crescente impoverimento ne favorisce l’esodo verso le città. L’inurbamento è un fenomeno universale. Anche in Europa si è assistito, e si assiste, a una cor­sa verso le città. Ma la città europea è essenzialmente diversa dalla città afri­cana. Le città africane non sono una realtà dinamica, strutturalmente inserite nel processo produttivo. Le città prodotte in Africa dalla colonizzazione e dalla neo-colonizzazione non sono vere città. Le città europee sono state da sempre parte integrante del sistema produttivo globale. Da sempre nelle città europee vi sono le fabbriche, le quali richiedono manodopera che viene reclu­tata nelle campagne. Da sempre i prodotti delle fabbriche cittadine (strumen­ti, attrezzature, macchine) vengono smerciati nelle campagne, contribuendo ad accrescere la produttività e il livello di vita degli agricoltori. Nelle città eu­ropee c’è sempre stata una circolazione organicamente strutturata di attrezza­ture, finanziamenti, investimenti e trasferimenti di popolazione. La gente va in città perché in città c’è lavoro e il prodotto del lavoro svolto nelle città ri­fluisce nelle campagne. In Africa non esiste un tale ciclo virtuoso. L’urbaniz­zazione africana è del tutto diversa rispetto a quella europea. Nelle città afri­cane non esiste nulla. La povertà delle campagne spinge la gente verso le città, ma una volta giunti in città non si trova nulla. La città è di fatto un’e­norme bidonville. E tuttavia si calcola che all’inizio del XXI secolo il 50% della popolazione africana vivrà nelle città. È una prospettiva tremenda.

L’urbanizzazione è un fenomeno naturale, universale, ma in Africa è stata certamente accelerata e aggravata dalle cattive politiche, dalle politiche negative, dei colonizzatori prima e dei dirigenti africani poi. Politiche più riflettute e pro­grammate avrebbero certamente ridotto l’imponenza di questi flussi migratori. Ad esempio, una più equa ridistribuzione del reddito, dei guadagni e dei fondi pubblici, compresi quelli provenienti dall’estero, fra popolazione rurale e popola­zione urbana e l’assicurazione di migliori condizioni di vita nei villaggi e nelle campagne avrebbero senza dubbio contenuto il fenomeno dell’inurbamento.

Quando ero direttore generale dell’ educazione nel mio paese ho collabo-rato all’elaborazione e attuazione di un modello di educazione rurale mirante ad assicurare ai ragazzi dei villaggi opportunità di lavoro e indurii così a re­stare nel loro tradizionale ambiente di vita. Ma quel modello educativo è mi­seramente fallito. Infatti, i ragazzi si rendevano rapidamente conto delle dif­ferenze esistenti fra la vita in campagna e la vita in città e scappavano infalli­bilmente in città. Sapevano che lì anche un semplice fattorino guadagnava in un mese quello che i loro genitori non riuscivano a guadagnare in un anno. Quei ragazzi non erano pazzi e non si poteva dare loro completamente torto. Così il nostro corso rurale triennale non faceva che aggravare la situazione. Investivamo fondi ed energie al semplice scopo di aggravare la situazione.

È difficile resistere alla tentazione delle città. Nonostante tutto, le città africane stanno fiorendo e la gente è irresistibilmente attratta dalla luce, dal­l’acqua (anche se non sempre potabile), dalla musica, dal confort, dal diverti­mento, dalla televisione, dalla scolarizzazione molto più elevata in città ri­spetto alle campagne, dalla possibilità di trovare medicine, anche se si ripiega sempre più spesso sulle medicine africane tradizionali che sono molto meno costose. (Anche questo può essere uno stimolo per africanizzare e intrapren­dere uno sviluppo più endogeno). In mancanza di politiche veramente alter­native sarà difficile invertire questa corsa alla città.

Economia

Da quando nel XVI secolo si sono cominciati a estrarre i prodotti del suolo e del sottosuolo, ivi compresi gli esseri umani, l’Africa è stata uno dei continenti più sfruttati e dominati. L’Africa è stata sfruttata, perché si è cerca­to di sottrarle tutto ciò che era possibile prendere. U Africa è stata dominata, perché è stata inserita in un nuovo sistema con strutture certamente funzionali al sistema, ma non all’Africa. Tale è stato il frutto della colonizzazione e del­la neo-colonizzazione. Da oltre quattro secoli l’Africa è la madre generosa da cui tutti vengono a succhiare il latte, a scapito della salute e del benessere dei suoi propri figli.

Il principale motivo per cui a un certo punto gli europei hanno deciso di porre fine alla tratta dei neri è stata la necessità di trovare in Africa uno sboc­co alla loro popolazione e ai loro prodotti e di poter disporre in loco di mano-dopera per le loro coltivazioni di cotone, noce di palma, caffè, cacao, ecc. Così l’Africa è stata trasformata in un serbatoio nel quale attingere materie prime e in un mercato nel quale immettere i manufatti europei. È stato questo a imporre e giustificare quel patto coloniale che continua tuttora in pieno neo­colonialismo e che è stato, ed è, responsabile in gran parte del ritardo dello sviluppo africano. La bilancia commerciale e la bilancia dei pagamenti dei paesi africani mostra come ancor oggi, alle soglie del XXI secolo, il 60-70-80% del valore delle esportazioni africane sia costituito da prodotti grezzi. Questo dimostra che questi paesi non possiedono una vera economia endogena. A partire dal XVII secolo l’Africa è stata privata del suo precedente sviluppo endogeno, cioè di uno sviluppo completo basato sia sulle materie prime che sui manufat­ti. Fino ad allora erano esistite in Africa vere industrie manifatturiere: fabbri­che di tessuti, produzione del vetro… Nel XIV-XV secolo gli yoruba erano dei veri maestri nel campo della fusione del vetro (cf. il volume Black Bysan-tium). Le economie dell’Africa precoloniale erano economie sofisticate, com­plesse, con una vasta gamma di prodotti e di scambi. Anteriormente alla do­minazione coloniale esisteva in Africa un mercato interno, con ogni sorta di commerci, anche su vasta scala e sulle lunghe distanze. Particolarmente fio­renti erano i commerci della cola, dell’oro e anche degli schiavi. 

Il patto coloniale – tuttora perdurante – ha condannato l’Africa ad espor­tare materie prime e ad acquistare manufatti. Esso è stato, ed è, uno dei prin­cipali responsabili della distruzione dell’economia, e quindi della società e della cultura, africana.

Il vero dramma, il tallone d’Achille, dell’economia africana è il proble­ma del valore aggiunto. Se si prescinde da qualche prodotto artigianale, i pro­dotti africani non presentano praticamente alcun valore aggiunto. Le trasfor­mazioni dei prodotti in loco sono ridotte al minimo. In genere, si esportano prodotti grezzi, privi di valore aggiunto, e si riducono persino le produzioni alimentari per far spazio alla produzione di questi prodotti (per esempio, il cotone). Nel caso del Buriana Paso, ad esempio, la Banca mondiale spinge la popolazione a produrre cotone al fine di poter entrare nel commercio mondia­le. Afferma che solo attraverso la partecipazione al commercio mondiale si può realizzare lo sviluppo. Il suo slogan è Trade, not aid. Ma, in realtà, non si tratta di vero commercio; lo scambio è ineguale e questo perché i prodotti africani non presentano praticamente alcun valore aggiunto. L’Africa sembra condannata a esportare prodotti grezzi e ad importare prodotti manufatti. Questo non consente alcuna concorrenza e alcun guadagno. Infatti, più il pro­dotto è sofisticato, più è ricco di valore aggiunto e più alto è il guadagno. Ma l’Africa è stata confinata al ruolo di semplice produttrice ed esportatrice di materie prime e prodotti grezzi ed è stata spinta a ridurre addirittura le sue produzioni alimentari a vantaggio di questi prodotti da esportazione. Dal XVI al XX secolo, il modo di produzione non ha registrato praticamente alcun cambiamento e l’Africa è stata immobilizzata all’interno del suo modo di produzione tradizionale. Esistono certamente alcune piccole enclave di eco­nomia moderna, dotate di attrezzature sofisticate e aggiornate – io le definisco “gli elefanti bianchi” -, ma la grande massa della popolazione africana conti­nua a produrre con i propri attrezzi tradizionali. Il numero degli aratri, dei trattori, dei camion è certamente in crescita, ma a chi servono? A quale prez­zo si possono ottenere? Quali nuove strutture comporta il loro uso? Queste nuove tecnologie creano piccole isole di agricoltori ricchi e felici in un mare di agricoltori sempre più poveri e infelici.

Si prenda, ad esempio, il settore minerario. Sono mancati i capitali per farlo decollare autonomamente e sganciarlo dal sistema che gli è stato impo­sto dai colonizzatori. Si prenda, ad esempio, il problema dell’acqua. Mancano le infrastrutture necessarie per risolverlo in modo efficace ed adeguato. Si so­no fatte delle trivellazioni, ma le falde freatiche continuano ad abbassarsi e mancano i mezzi tecnici per raggiungerle. Recentemente abbiamo invitato al CEDA – il centro che dirigo – un ingegnere agronomo per parlarci del proble­ma dell’acqua. Ci ha citato dei dati allarmanti. Ci ha detto, ad esempio, che in Burkina Faso il 90% dell’acqua che cade dal cielo evapora, che il 90% delle malattie di cui soffrono gli africani, soprattutto i bambini, provengono dalla cattiva qualità dell’acqua, che il 90% degli investimenti nel settore idrico pro­viene dall’estero. Sono cifre che fanno pensare. E ha anche aggiunto che l’ac­cessibilità all’acqua non è l’unico problema da tener presente. Non basta dire, ad esempio, che il 90% della popolazione di un determinato paese africano ha accesso all’acqua. Bisogna chiedersi: Di quale acqua si tratta? Occorre parla­re della qualità dell’acqua. Non solo accessibilità, ma potabilità. Tutti sanno che il latte in polvere distribuito dalla Nestlé causa la morte di molti bambini africani proprio perché viene mescolato con acqua non potabile.

Da oltre quattro secoli l’Africa è un continente sfruttato e dominato. E anche la Convenzione di Lomé non è servita granché a cambiare questo stato di cose. Si è introdotto lo Stabex con l’idea di stabilizzare i prezzi, ma essi continuano a dipendere strettamente dalle borse mondiali del rame, dell’oro, del caffè, del cacao, cioè da meccanismi che sono al di fuori dell’Africa. La stabilizzazione nel sistema si è tradotta in una stabilizzazione del sistema. Se si stabilizza all’interno di un determinato sistema si stabilizza di fatto quel sistema. Non si è ancora realizzata una vera stabilizzazione dei prezzi. Forse pian piano l’Africa riuscirà ad entrare sul mercato con una maggiore quantità di prodotti a valore aggiunto, ma per ora la produzione di cotone, caffè, ca­cao, rame, ecc. è stata il modo attraverso il quale la colonizzazione e la neo­colonizzazione ha continuato a sfruttare il continente africano. Qualcuno mi ha detto che a volte la Banca mondiale si rifiuta di vendere concimi e prodotti fitosanitari a chi intende servirsene per produzioni (per esempio, il miglio) di­verse da quella del cotone. I concimi vengono riservati esclusivamente alla produzione del cotone, cioè di un prodotto che serve al mercato estero e il cui prezzo viene fissato al di fuori dell’Africa e imposto ai produttori locali. L ‘Africa ha subito, e continua a subire, il saccheggio delle proprie mate­rie prime: oro, cobalto, uranio, diamanti, petrolio… Lo sfruttamento delle ma­terie prime del continente africano è controllato in modo sempre più monopo­listico da alcune grandi multinazionali, che finiscono poi per immischiarsi nel­la politica degli stati africani e di fatto dirigerli. Lo stesso settore del mercato interno viene progressivamente ceduto alle multinazionali. Le privatizzazioni, raccomandate e spesso imposte agli stati africani dalla Banca mondiale, fanno il gioco delle multinazionali; finiscono in mano loro e concorrono a rafforzar­ne il potere. Non appena si annuncia la privatizzazione di un qualche settore subito si fa avanti una multinazionale. E non di rado si privatizzano anche realtà competitive, capaci di produrre danaro e fare profitti. È ciò che è avve­nuto, ad esempio, nel caso delle fabbriche di birra del Burkina Faso, finite in mano alla multinazionale Castell, la quale si è premurata subito di ridurre la manodopera, con la conseguenza che molti africani hanno perso il lavoro e si sono impoveriti a esclusivo vantaggio di una multinazionale e dei suoi profitti. Il progressivo abbandono del mercato in mano alle multinazionali sta causando oggi in Africa una spirale di impoverimento della popolazione. Non solo povertà, ma impoverimento.

Anche il settore delle ONG, degli aiuti non ufficiali, degli interventi umanitari non sfugge spesso alle ferree leggi del mercato e al controllo, più o meno diretto, delle multinazionali. Questo settore tende a riversare in Africa le eccedenze di un’agricoltura o industria europea ampiamente protetta e sov­venzionata. Il rischio è quello di indurre negli africani una mentalità da assi­stiti, di incoraggiarli a pensare che anche in mancanza di buoni raccolti ci sarà sempre qualcuno che verrà dal nord per impedire che muoiano di fame.

E se tutto questo non bastasse, a volte l’Occidente brandisce anche l’ar­ma dell’embargo nei confronti di certi paesi africani. Nell’ultimo vertice dell’OUA si è discusso a fondo questo problema dell’embargo e i capi dei paesi africani si sono unanimemente rifiutati di aderire all’embargo decretato con­tro la Libia. La loro è stata una vera e propria rivolta, motivata soprattutto dal fatto che il gendarme del mondo (Stati Uniti) non applica l’embargo allo stes­so modo per i diversi paesi del mondo. Israele, ad esempio, può permettersi di non rispettare le decisioni del Consiglio di sicurezza, senza che a nessuno venga mai in mente di decretare un embargo contro quel paese, mentre si ri­corre sistematicamente alla minaccia e all’applicazione dell’embargo (se non addirittura alla guerra) nel caso dei paesi del Medio Oriente e del mondo ara­bo in generale.

L’attuale sistema economico non permette all’Africa di occupare il giu­sto posto nel commercio mondiale e di realizzare 1′”indipendenza del ventre”. Molti problemi dipendono dal fatto che l’Africa non viene considerata un partner reale, ma un semplice spazio da sfruttare al fine di completare ciò che manca all’economia dei paesi europei. Continuando sulla scia dei primi colonizzatori, si pensa ancor oggi all’Africa come a una terra vacante e senza pa­drone. Si pensa di poter continuare a venire in Africa e a sfruttarne le risorse, perché si ritiene che gli immensi tenitori del continente africano non appar­tengono di fatto a nessuno.

Parlando di economia non si può non parlare del problema del debito dei paesi africani. Per i paesi africani il debito è una vera palla al piede. Esso è diventato un elemento ordinario del sistema africano. Spesso si continua a fa­re dei prestiti ai paesi africani per metterli in grado di pagare gli interessi dei loro debiti e permettere così al sistema di continuare a funzionare. In certi ca­si si dilazionano i pagamenti dovuti, in altri si cancellano certi debiti, spesso si presentano i prestiti, i crediti, come doni…, l’importante è che il sistema non si inceppi e continui a funzionare. E così si cerca di confondere il più possibile le cose. Ai paesi africani si danno dei fondi, ma si fanno soprattutto dei prestiti, destinati ovviamente ad essere rimborsati, e si presentano questi prestiti come un grande favore, un privilegio. Il sistema funziona su questa base e si fa di tutto per conservarlo, reagendo ad esempio all’idea di un piano Marshall per l’Africa. Alla fine della Seconda guerra mondiale c’è stato un piano Marshall per l’Europa, senza il quale diversi paesi europei non sarebbe­ro certamente riusciti a risollevarsi. Oggi occorrerebbe un piano Marshall per l’Africa, ma questo potrebbe mettere in pericolo la sopravvivenza dell’attuale sistema economico e finanziario, per cui si preferisce non correre rischi.

Politica

La colonizzazione e la neo-colonizzazione hanno distrutto le strutture africane tradizionali. Naturalmente, l’Africa pre-coloniale non era il paradiso terrestre. C’erano disfunzioni, storture, tiranni, ma erano strutture endogene, con aspetti negativi e positivi. La colonizzazione ha distrutto non solo l’eco­nomia endogena, ma anche le strutture dello stato tradizionale, del bene co­mune tradizionale.

Appena messo piede in Africa, gli europei si sono buttati a capofitto nel­la sottoscrizione di trattati con i capi africani. La corsa all’accaparramento dei tenitori si è tradotta in una vera e propria corsa alla sottoscrizione di trattati. In Burkina Faso, ad esempio, gli europei sono penetrati a partire da tre dire­zioni diverse: gli inglesi dall’attuale Ghana e dalla Costa d’Oro, i tedeschi dall’attuale Togo e i francesi dalla Costa d’Avorio e dal Sudan. E tutti hanno sottoscritto in fretta e furia dei trattati con i capi locali. E quando non trova­vano capi, conferivano il titolo alla prima persona che incontravano pur di poter sottoscrivere un trattato. Rilasciavano un breve documento scritto debi­tamente controfirmato – la gente non sapeva leggere e scrivere – e poi faceva­no di quel documento ciò che si volevano. Gli europei hanno sottoscritto cen­tinaia di trattati che sono poi regolarmente scomparsi a distanza di appena 10-15 anni.

I colonizzateli hanno instaurato ovunque un sistema più verticale rispet­to al sistema tradizionale africano che era decisamente più orizzontale, più partecipativo, basato molto meno sulla coercizione e molto più sul dialogo, sulla palabra, sul dibattito, sulle relazioni parentali. Il sistema tradizionale è stato spazzato via e sostituito da un sistema dall’alto in basso. I francesi, in particolare, hanno introdotto in Africa la tipica tradizione verticistica dello stato francese, una tradizione assolutamente sconosciuta e inadatta al conti­nente africano. Nel 1947, ad esempio, in Madagascar vi è stata una grande sollevazione contro la colonizzazione francese, che è stata domata, secondo una prassi abituale e consolidata in tutte le sollevazioni anticoloniali (Viet­nam, Algeria…), con l’invio di soldati africani reclutati in un altro paese afri­cano possibilmente lontano, in quel caso il Senegal.

Seduti ai loro tavoli verdi, i militari, i diplomatici hanno tracciato le frontiere e definito i rispettivi tenitori coloniali senza tenere minimamente conto di ciò che esisteva di fatto sul terreno. Hanno tracciato linee immagina­rie, arbitrarie, artificiali, prendendo spesso come punto di riferimento i meri­diani e i paralleli. Molte frontiere africane tracciate dai colonizzateli sono assolutamente immaginarie e artificiali, per cui hanno dovuto difenderle non di rado con le armi.

Ciononostante, al momento della decolonizzazione i nuovi leader africa­ni decisero, per amor di pace, di conservare le frontiere esistenti. Allora riten­nero che fosse l’unico modo per salvaguardare la pace e impedire la guerra, ma l’esperienza ha dimostrato che il problema delle frontiere non era, e non poteva, essere considerato risolto. Dall’inizio della decolonizzazione si sono combattute in Africa molte guerre transfrontaliere e molte guerre interetniche all’interno di uno stesso stato.

La colonizzazione ha distrutto il metabolismo tradizionale africano al punto tale che anche gli anni delle independenze non sono più riusciti a rista­bilirlo. In molti casi, gli stati europei hanno posto fine alla colonizzazione so­lo perché costretti a farlo. I belgi, ad esempio, sono stati costretti a lasciare il Congo, il che ha impedito poi la possibilità di buone relazioni con la loro ex­colonia africana. La delusione, l’amarezza e l’indignazione si sono tradotte in tentativi di incoraggiamento della divisione e del disordine.

Spesso in Occidente si sente dire che la decolonizzazione è stata un falli­mento e che sarebbe stato meglio continuare il regime coloniale. La verità è che la decolonizzazione è stata mal fatta e questo perché gli stati europei non la volevano e non hanno mosso un dito perché il processo di decolonizzazio­ne riuscisse. Se si sono decisi ad avviarla è stato soprattutto a causa delle cre­scenti pressioni esercitate dall’Unione sovietica, dagli Stati Uniti e dagli stes­si popoli africani. Il Ghana è stato il primo paese africano ad ottenere l’indi­pendenza. Ebbene ricordo che quando la richiese a gran voce, il governo francese ritirò immediatamente i propri insegnanti, medici, ingegneri e tecni­ci, allo scopo di provocare il caos nel paese e mostrare a tutti che cosa avreb­be prodotto l’indipendenza. Oggi mi sembra ingeneroso e fondamentalmente errato accusare gli africani di aver fallito, dopo che gli europei hanno siste­maticamente distrutto le strutture che potevano validamente assicurare la riu­scita dell’indipendenza africana. Essi hanno distrutto, ad esempio, quelle strutture federative nelle quali avevano creduto e che avevano realizzato essi stessi durante il periodo coloniale. Gli inglesi hanno distrutto la Federazione dell’Africa orientale e i francesi hanno fatto pressioni e offerto anche soldi per indurre alcuni paesi africani (es. Burkina Faso ex Alto Volta) ad abbando­nare la Federazione del Mali, contribuendo così a distruggere quell’Africa oc­cidentale francese che avevano essi stessi realizzato durante la colonizzazio­ne. Ora gli africani si chiedono: se quella federazione era una buona cosa al tempo della colonizzazione come mai i colonizzateli hanno fatto di tutto per distruggerla al momento della loro partenza? La risposta va ricercata ovvia­mente nel famoso “divide et impera”.

La decolonizzazione è stata mal fatta e molte responsabilità ricadono senza dubbio sui paesi europei e vanno addebitate al fattore geo-strategico. Questo fattore, politico ed economico al tempo stesso, ha giocato e gioca tut­tora un ruolo molto importante. Sono in gioco enormi interessi economici e in molti paesi africani a comandare veramente non sono i governi africani, ma le grandi potenze e/o le multinazionali. Continua la logica che imperava al tempo della tratta dei neri, quando gli europei giungevano in Africa, si sce­glievano un capo, lo aiutavano con le armi a imporsi sui capi vicini a condi­zione che acconsentisse alla raccolta del “legno d’ebano”, alla tratta degli schiavi. È questa la logica che si vede attualmente operante nel Congo-Braz-zaville, nella Repubblica democratica del Congo, in Angola e un po’ dapper­tutto in Africa.

Si va dicendo in giro che l’Europa vuole introdurre la democrazia in Afri­ca, ma che gli africani fanno resistenza e non la vogliono. In realtà, la stabilità che l’Europa auspica per l’Africa non è una vera stabilità. Sembra che l’unica preoccupazione degli europei sia il fatto che in Africa si tengano regolarmente delle elezioni. Per il resto, essi si dimostrano molto indulgenti con i dirigenti africani, compresi i dittatori, affermando che l’apprendimento della democra­zia richiede tempo e che anche in Europa sono occorsi più di tre secoli per rea­lizzare la democrazia. Evidentemente, con idee del genere non vi sarà mai de­mocrazia in Africa. Si consentirà sempre al partito al potere di disporre di tutti mezzi finanziari, di pubblicare risultati elettorali che non hanno nulla a che ve­dere con il voto realmente espresso dagli elettori, e si lascierà sempre che l’op­posizione si presenti alle elezioni a mani vuote, senza mezzi e senza appoggi.

Gli europei addossano frettolosamente agli africani la responsabilità dei continui conflitti che scoppiano sul continente, li accusano di instabilità e si rifiutano di vedere ed ammettere la loro parte di responsabilità in tutto quello che sta avvenendo attualmente in Africa. Il recente caso del Congo Brazzavil-le insegna. Del resto, anche nella questione dei Grandi Laghi la Francia ha giocato un ruolo non indifferente. Anche in quella regione una decolonizza­zione mal fatta ha distrutto gli equilibri che i popoli africani erano riusciti pa­zientemente a costruire.

C’è stato un momento nella storia africana in cui tutti i grandi leader (Lumumba, Senghor, Kenyatta) propugnavano un panafricanismo totale. In Africanism United Kwame Nkrumah perorava la creazione di un esercito afri­cano e di una banca centrale africana e nel suo discorso di inaugurazione del-l’OUA (1963) Hailé Selassié proponeva addirittura la fondazione di una uni­versità africana per l’intero continente. Ma ben presto ci si accorse che quel sogno era irrealizzabile. Così si voltarono le spalle al panafricanismo e, vo­lendo comunque che l’Africa avesse abbastanza peso per influire sulla scena internazionale e mondiale, si cominciò a pensare a grandi federazioni regio­nali. A poco a poco si riprese l’idea dell’integrazione del continente africano su basi più modeste, più realistiche. Allora i francesi presero l’iniziativa e realizzarono progressivamente delle grandi unità regionali e sottoregionali. Oggi, l’opzione prevalente in Africa, l’opzione che riscuote i maggiori con­sensi, è proprio questa. L’Africa è un continente immenso. Non è possibile realizzare l’unità africana, ma si può, e si deve, lavorare alla progressiva co­struzione di cinque grandi spazi regionali: Africa del nord, Africa occidentale, Africa orientale, Africa centrale, Africa australe. La costruzione di questi cin­que spazi è già avviata, anche se incontra ostacoli di diversa natura che ne ostacolano il cammino. Durante la guerra fredda gli ostacoli erano di natura prevalentemente ideologica. L’Africa era divisa in Africa progressista e Afri­ca conservatrice. Ma non sono mai mancati ostacoli derivanti dalla persona­lità dei dirigenti africani – ognuno vuole essere il padrone unico e indiscusso del proprio territorio -, ostacoli di natura etnica, economica, culturale e osta­coli frapposti dalle influenze straniere (francesi, inglesi, belghe, ecc.) in base soprattutto a considerazioni di natura economica e geo-strategica. E difficile accordare gli africani su basi puramente africane. Le potenze europee tendo­no a voler conservare delle relazioni “privilegiate” (evidentemente a loro vantaggio) con certi paesi africani, sotto forma di mercati protetti e teatro di azione dei loro operatori economici. Ma esistono anche ragioni di natura cul­turale. Credo che già ora la Repubblica democratica del Congo sia il secondo paese francofono del mondo (dopo la Francia), incamminato a diventare ben presto il primo in assoluto.

Così i francesi si sono affrettati a creare una moneta africana (il franco CFA) collegata direttamente con il franco francese. Essa comporta innegabili vantaggi, ma anche degli svantaggi. Il franco CFA dipende dalla Tesoreria francese, il che rappresenta una garanzia, ma anche un cappio. La possibilità di poter trasferire direttamente e senza alcun ostacolo tutto quello che si gua­dagna a livello di aziende e di salari nella Tesoreria francese impedisce di fatto la capitalizzazione e l’investimento nei paesi africani. E, d’altra parte, il franco CFA è stato a lungo sopravvalutato rispetto a tutte le altre monete, per cui l’in­gresso dei paesi africani nel processo di crescente mondializzazione creerà non pochi problemi. Infatti, i paesi africani non sono stati abituati a far fronte alla concorrenza economica proveniente dall’esterno, mentre i paesi di lingua anglofona lo sono stati. Oggi, c’è chi pensa che sarebbe meglio che quella re­gione dell’Africa non continuasse a restare a rimorchio del franco francese e creasse una moneta africana autonoma, magari insieme alla Nigeria. Ma vi so­no resistenze da parte della Francia e perplessità da parte africana. Ci si chiede se esistano le necessario capacità, risorse, strutture, e poi in tutto questo gioca anche il peso della storia e della tradizione, per cui non sarà facile giungere a una moneta africana unica per tutta l’Africa occidentale.

Al riguardo, preferisco personalmente il cammino scelto dall’Europa: cominciare con grandi lavori portati avanti insieme, realizzare insieme delle attività nel campo del carbone, dell’acciaio, delle comunicazioni e giungere poi alla fine a una moneta unica come coronamento del cammino percorso.

Attualmente, in Africa si registra una buona circolazione dei capitali, propiziata e incoraggiata dalla Banca mondiale e dalle multinazionali, ma non ancora delle persone. Si continuano a frapporre molti ostacoli e barriere alla libera circolazione delle persone. Per esempio, a tutt’oggi non si ricono­sce il diritto di poter andare a creare un’impresa in un paese diverso dal pro­prio. Eppure gli africani sarebbero psicologicamente già preparati a circolare liberamente in grandi spazi regionali. Quello che manca è la volontà politica. La Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale (SADC) funziona molto be­ne ed è, assieme all’Africa occidentale, una delle due sottoregioni più avanza­te verso l’integrazione. Anche l’Africa orientale sembra ben incamminata, mentre per l’Africa centrale e l’Africa del Nord si richiederà certamente an­cora molto tempo. Fra il grande Maghreb arabo e l’Egitto esistono spinte ege-moniche e desideri di supremazia difficilmente conciliabili.

Personalmente considero molto importanti tutti i tentativi di regionalizza­zione attualmente in atto in Africa. Direi che i veri interessi del continente africano possono giocare a favore della regionalizzazione. Già in epoca colo­niale gli interessi europei (Francia, Inghilterra) hanno spinto alla creazione di grandi spazi federati. I grandi spazi favoriscono le transazioni, i commerci, gli scambi delle persone, delle conoscenze, delle tecnologie, ecc. Gli ostacoli, le barriere, le frontiere uccidono gli scambi commerciali e il progresso scientifi­co. Accrescono i costi e riducono la competitività. Gli europei e le multinazio­nali si sono resi conto di tutto questo e hanno sempre spinto verso la creazione di grandi spazi e verso l’eliminazione di tutte le barriere tariffarie e commer­ciali. Attualmente, la Francia vorrebbe creare un’ampia zona di libero scambio nell’Africa occidentale francofona, ma c’è da chiedersi se questo controllo francese convenga veramente ai paesi africani della regione o se non sia me­glio cercare di inventare qualcosa di autoctono, di autonomo. Al tempo della decolonizzazione Houfouet-Boigny, ad esempio, era contrario al matenimento della Federazione dell’Africa occidentale. Non voleva che la Costa d’Avorio fosse la mucca da mungere dell’intera Federazione. Voleva che ogni territorio fosse autonomo, indipendente. Ma quando la Costa d’Avorio cominciò a indu­strializzarsi, fu il primo a chiedere la creazione di uno spazio regionale. Avver­tiva la necessità di un tale spazio per consentire al suo paese di poter vendere i prodotti eccedenti della propria produzione industriale.

Penso che la logica stessa del sistema capitalista porti alla creazione di grandi spazi. Ma a servizio di chi? A vantaggio di chi? Questo è il vero pro­blema. Ed è un problema molto attuale anche in Europa, dove ci si chiede se si debba realizzare un’Europa dei popoli, un’Europa degli stati, un’Europa dei mercanti, un’Europa sociale, ecc. Si tratta di un dibattito molto importan­te che coinvolge le forze politiche, economiche e sociali dei diversi paesi. È molto facile infatti realizzare un’Europa delle multinazionali e un’Africa del­le multinazionali. Il danaro non conosce i punti cardinali. Per il danaro non esiste nord e sud. Esso è onnipresente ed è l’equivalente generale. Inventando il danaro l’uomo ha inventato una cosa straordinaria, formidabile, una realtà che permette di unificare tutti gli scambi. Il denaro è un bene che può essere convcrtito in tutti gli altri beni. A pensarci bene è una cosa meravigliosa e ter­ribile al tempo stesso. Fin dove si può convertire tutto in denaro? Fin dove ci si può spingere? L’acqua è forse un bene come gli altri? La cultura è forse un bene come gli altri? L’amore è forse un bene come gli altri? Sono domande fondamentali. È possibile porre la cultura sullo stesso piano degli altri beni? Gli africani hanno ritenuto, ad esempio, che il suolo non potesse essere consi­derato alla stregua degli altri beni, dal momento che il suolo è vivo e produce realtà vive.

In Africa il processo di regionalizzazione è già in corso e la discussione al riguardo è già iniziata in ogni paese. Il processo è ovviamente molto lento, perché ogni leader africano vorrebbe rimanere il padrone indiscusso, il gran­de capo, il sultano, l’emiro, il re del suo paese. I leader africani sono molto attaccati alla formula della sovranità nazionale. Sanno che di fatto non esiste alcuna sovranità nazionale, ma amano illudersi. Infatti, come è possibile parlare di sovranità nazionale in paesi dove la gente muore di fame, non dispone di acqua potabile, dove i capi sono alla mercé delle multinazionali, sempre pronti a cambiare idea a seconda dei loro desideri e delle loro bustarelle? Per­sonalmente sono convinto che la formula della sovranità nazionale non potrà durare ancora a lungo essendo contraria agli interessi dei paesi che controlla­no i paesi africani e agli interessi delle multinazionali. E, di fatto, si sta già concretamente pensando alla creazione di un parlamento interafricano. L’idea procede lentamente, ma è inevitabile. Anche se ogni leader amerebbe conser­vare le frontiere ed essere il padrone indiscusso del suo proprio stato si rende comunque conto che esistono in Africa molte popolazioni che abitano territo-ri transfrontalieri e che non è possibile sorvegliare migliaia di chilometri di frontiere ventiquattro ore su ventiquattro. Occorrerebbe piazzare un gendar­me ogni 100-200 metri. E, d’altra parte, avvengono già ora moltissimi com­merci, traffici, passaggi transfrontalieri che nessuno riesce a controllare. Il vero problema non è la creazione di questi grandi spazi, ma i loro contenuti. Occorre lottare perché i contenuti di questi grandi spazi siano corretti e pro­muovano veramente lo sviluppo integrale delle popolazioni che li abiteranno.

Cultura

Dal punto di vista socio-culturale si può tranquillamente affermare che i popoli dell’Africa stanno pagando il conto delle relazioni distorte intercorse per oltre quattro secoli fra l’Africa e l’Europa e il nord del mondo in genera­le. Non dico che si debbano accusare i popoli dell’Occidente. Non si tratta dei popoli. Al tempo della tratta i negrieri si arricchivano, ma la gente comu­ne era ugualmente sfruttata. Allora anche le popolazioni europee erano sfrut­tate dai sovrani o dalle autorità feudali. E anche oggi, a fronte di un’infima minoranza di europei che si arricchiscono in Africa, vi sono in Europa molti milioni di persone disoccupate ed emarginate. Non si devono accusare i po­poli. Sia in Africa che in Europa essi sono stati, e sono, le prime vittime delle relazioni distorte intercorse fra i due continenti. Sono state sempre e solo pic­cole minoranze ad approfittare di queste relazioni distorte (razzismo, schia­vitù) fra l’Europa e l’Africa.

Potrei citarvi moltissimi testi nei quali gli africani vengono assimilati al­le bestie. Quando i testi propongono una gerarchla delle razze umane, gli afri­cani vengono invariabilmente all’ultimo posto. Sono state create addirittura delle “scienze” (es. la frenologia) allo scopo di descrivere i fenotipi distintivi della razza umana e si è parlato di “razzismo scientifico”. Un pittore olandese afferma che il segno distintivo del nero è il prognatismo facciale, che lo avvi­cina all’animale. Scrive: “Inclinando le linee del volto in avanti si otteneva una testa antica (romani o greci); inclinandole all’indietro, si otteneva la testa di un nero, inclinando ulteriormente l’angolo facciale si giungeva alla testa di una scimmia”.

In un Dizionario universale francese (1705) si trova questa definizione del nero: “Negro, schiavo che si ottiene dalle coste dell’Africa”. E Gobineau scriveva: “II negro, privo della forza creatrice dello spirito e dotato al contra­rio di potenza vitale e di immaginazione artistica, non potrebbe comunicarle agli europei. Generalmente, il negro è inferiore all’europeo sul piano delle fa­coltà intellettuali. Da noi, la fronte avanza e la bocca sembra rimpicciolirsi, indietreggiare, come se fossimo destinati a pensare piuttosto che a mangiare; nei negri la fronte indietreggia e la bocca si protende in avanti, quasi che fos­sero fatti piuttosto per mangiare che per pensare”. Anche Hegel ha affermato che l’Africa è priva di storia ed è sempre rimasta al di fuori del corso della storia. Riflessioni analoghe si trovano anche in Marx.

Il razzismo ha ridotto l’africano a tal punto che era invalsa l’abitudine, fra i negrieri, di ordinare i negri a tonnellate e di usare per il computo una particolare unità di valore, una specifica moneta, corrispondente a un uomo oppure una donna e un ragazzo oppure due ragazzi. Si ordinavano i neri a tonnellate e si comandavano tante monete di un tipo o dell’ altro. Che io sap­pia non esiste alcuna altra razza che sia stata ridotta a questo livello. Ridotta e usata come unità di conto.

Il costo umano delle relazioni distorte intercorse fra l’Europa e l’Africa è stato pagato, sia pure in misura sostanzialmente diversa, dai popoli di en­trambi i continenti. Ed è stato un costo elevatissimo in termini di vita, cultura, relazioni umane. E i popoli africani continuano a pagare quel costo ancor og­gi, in modo silenzioso, sotterraneo.

Si prenda, ad esempio, l’educazione. La colonizzazione ha introdotto in Africa un sistema educativo assolutamente inadatto ai popoli africani, un si­stema educativo che non è servito né alla produzione né alla riproduzione so­ciale. Si sono sostituite le lingue africane con le lingue europee e si è dispen­sata un’istruzione elitaria assolutamente incapace di riprodurre la civiltà afri­cana. Per non parlare dell’influenza dei mass media, della comunicazione. Oggi gli africani assorbono come spugne e sono consumatori passivi di tutto ciò che cade dal satellite. Non sono in grado di far sentire la loro voce e di in­fluenzare ciò che avviene altrove, negli altri paesi.

Lo stesso dicasi a proposito delle scienze e delle tecnologie. Si è senten­ziato e decretato che gli africani non erano adatti per le matematiche. Oggi non lo si dice più, perché sono sempre più numerosi gli africani che hanno di­mostrato le loro capacità matematiche. Uno di essi, un maliano, è addirittura membro dell’equipe di studio della Nasa e ha ricevuto recentemente un pre­mio dell’Unesco per aver elevato l’immagine dell’Africa nel mondo. Si è sentenziato e decretato che gli africani non hanno mai prodotto e inventato nulla e questo nonostante che molti esploratori europei della prima ora abbia­no riferito dell’esistenza di innumerevoli produzioni autenticamente africane, persino in campo mettallurgico (certi tipi di ferro e anche di acciaio). Recen­temente alcuni ricercatori tedeschi hanno studiato questo aspetto fra le popo­lazioni del Camerun e hanno scoperto, fra l’altro, l’esistenza di tessuti di lus­so introdotti nel paese attraverso il deserto dalla regione degli haoussa. Natu­ralmente, se non fosse intervenuta la cesura della colonizzazione, tutte queste produzioni autenticamente africane avrebbero potuto essere migliorate e di­ventare sempre più soddisfacenti.

I popoli africani hanno fatto molte scoperte anche in campo farmacolo­gico, mettendo a punto tutta una serie di medicine molto efficaci per la cura di diverse malattie (es. follia, epatite virale, ecc.). Di quelle medicine si sono rapidamente impadroniti i laboratori europei, che le hanno appena perfezio­nate e reimmesse a caro prezzo sul mercato africano. Purtroppo gli africani non hanno la possibilità di brevettare le loro scoperte e invenzioni. I brevetti esistono solo per i laboratori europei. Le medicine tradizionali africane ven­gono considerate come semplici materie prime. Eppure gli africani vi hanno indiscutibilmente aggiunto qualcosa di loro: le hanno trattate, disposte, speri­mentate, dosate. Le loro metodologie non erano perfette e complete, ma era­no già scientifiche. A parte le scoperte farmacologiche, occorre dire che gli scambi in atto fra le invenzioni e realizzazioni scientifiche, tecnologiche e ar-tistiche africane e le produzioni provenienti dall’Europa sono in generale par-ticolarmente ineguali e ingiusti.

Si è spesso affermato che gli africani sono immersi in una concezione ci­clica del tempo, che sono rimasti fermi allo stadio orale, che hanno intratte­nuto con la natura un rapporto quasi religioso e che tutto questo non ha per­messo loro alcuna evoluzione storica e alcuna efficace realizzazione scientifi­ca e tecnica. È certamente opportuno e utile sottolineare certe differenze, ma bisogna evitare di accentuarle in modo eccessivamente rigido. In questo caso si scadrebbe nel culturalismo e si finirebbe per andare alla ricerca di una scienza e di una tecnica adatta all’Africa, di una democrazia all’africana e co­se del genere. Il tempo degli africani che lavorano in fabbrica o in ufficio o che giocano in una squadra di calcio non è molto diverso dal tempo del loro colleghi europei. Anche gli africani dimostrano di sapersi facilmente adattare alla concezione del tempo e ai ritmi che si ritengono “propri degli europei. Ovunque sul pianeta l’uomo sa adattarsi al ritmo della macchina. Il ritmo del­la macchina non è certamente quello dei villaggi africani, ma non è neppure quello della normale vita familiare europea. In fondo, anche l’operaio euro­peo è costretto a fare la spola fra due culture e due diverse concezioni del tempo: il tempo della fabbrica, quando è in fabbrica, e il tempo della casa, del quartiere, del bar, quando esce dalla fabbrica e non è più costretto a dover raggiungere precisi risultati in un tempo rigidamente stabilito. Naturalmente, c’è chi riesce meglio a muoversi in questa doppia cultura e chi riesce meno bene, ma in genere lo spirito umano, il cervello umano, il cuore umano hanno possibilità e risorse pressoché infinite, ad immagine del loro Creatore. In que­sta materia è molto difficile stabilire una precisa linea di demarcazione fra europei e africani. Lo spirito umano presenta ovunque analoghe tendenze ver­so l’estetica, l’etica, la magia, il gioco. Siamo tutti membri della specie uma­na. Siamo tutti nel tempo della storia e siamo tutti al tempo stesso soggetti e oggetti della storia.

Ritengo che la tradizione orale africana sia una fonte valida, credibile, della storia africana e che come tale vada difesa, soprattutto considerando che nella maggior parte dei paesi africani ancora il 70% circa della popola­zione non sa leggere e scrivere. Del resto, l’oralità è legata anche a una cer­ta concezione della parola, soprattutto del nome. In Africa, il nome è per così dire più pesante che non nei paesi europei, dove è privo di connotazio­ni ontologiche, sociologiche e psicologiche. In Africa, dire il nome di qual­cuno è esercitare in un certo senso un potere su di lui. Perciò il nome dei grandi personaggi (re, saggi, padroni, capifamiglia) viene considerato im­pronunciabile. Infatti, il pronunciarlo sarebbe prendere possesso di loro, esercitare un potere su di loro. Da ragazzo non ho mai sentito mia madre pronunciare il nome di mio padre e questo non solo per rispetto, ma anche per non esercitare un potere, un dominio su di lui. Anche l’uso dei nomi dei re era vietato. Presso i mossi, dopo l’intronizzazione del re nessuno poteva più pronunciarne il nome. Il nome del re era considerato una sorta di bene prezioso che nessuno doveva toccare. Le stesse persone che antecedente­mente portavano quel nome venivano chiamate da allora in poi Nabiuré (= il nome del re). Per esempio, se il re si chiamava Tenga, tutti i Tenga della tribù erano chiamati Nabiuré.

L’africano riconosce alla parola in genere un impatto ontologico. Egli è convinto che il dire sia già un fare, che quando si è detto si è perciò stesso fatto. Naturalmente, nel mondo moderno tutto questo è molto pericoloso. In effetti, spesso i leader africani credono di aver realizzato una cosa per il sem­plice fatto di averne parlato. Ma anche su questo punto è in atto in tutta l’A­frica una grande trasformazione. Più o meno rapidamente a seconda delle persone e delle situazioni, tutto questo sta cambiando. Ne è una prova il ri­corso sempre più frequente ai notai e alla messa per iscritto di contratti e im­pegni. L’aumento dei malintenzionati, sempre pronti ad abusare della fiducia altrui e a rinnegare i propri impegni verbali, spinge le persone a garantirsi e a tutelarsi.

3.    LA TRATTA DEI NERI


Non insisterò sulle cause storiche della tratta, in gran parte note. Dico semplicemente che lo sviluppo delle scienze e delle tecnologie (planisferi, carte geografiche, bussola, nuove imbarcazioni come le caravelle, stampa e armi da fuoco) ha permesso agli europei di attraversare i mari alla ricerca di nuove risorse naturali (soprattutto, spezie e oro) e di cristiani.

La tratta dei neri non è stata inventata dagli europei. Era già praticata da­gli arabi prima che essi giungessero sulle sponde del continente africano e an­che l’Africa tradizionale conosceva e praticava forme di schiavitù. Ma gli eu­ropei l’hanno praticata su larga scala e in forme estreme di umiliazione e sof­ferenza per i neri.

Nell’Africa tradizionale esistevano due tipi di schiavitù: gli schiavi di guerra e gli schiavi domestici. Gli schiavi di guerra erano certamente il risultato più importante e ambi­to delle varie guerre che avvenivano fra gruppi etnici e capitribù. Al termine della guerra tutti i prigionieri che si era riusciti a catturare venivano venduti come schiavi. Ma la forma di schiavitù di gran lunga più diffusa in Africa era quella degli schiavi domestici, suggerita e spesso imposta a certe famiglie dalla loro necessità di un supplemento di mano d’opera per le attività dome-stiche o i lavori dei campi. Gli schiavi domestici non erano veri schiavi. Vive­vano in famiglia ed erano integrati in quel modo di produzione clanica e parentale che è stato predominante in Africa fino al XIX secolo. Il sistema di schiavitù integrato nel modo di produzione capitalista è piuttosto quello prefi­gurato in Africa dagli schiavi di guerra.

La tratta vera e propria dei neri è iniziata nel 1444 sulle coste della Mau-ritania ad opera degli arabi. In quell’anno essi hanno fatto molti prigionieri africani, trasportandoli verso i paesi del Maghreb, ma soprattutto in Egitto e in Medio Oriente. Attorno a quella data essi hanno cominciato a razziare schiavi anche lungo la costa orientale dell’Africa, conducendoli verso i paesi del Golfo, Irak in particolare. In Irak si ebbe a un certo punto una concentra-zione di decine di migliaia di schiavi africani, i quali si ribellarono ai loro pa­droni e per poco non riuscirono a vincerli e a riconquistare la perduta libertà.

La tratta ha riguardato inizialmente i paesi arabi del Medio Oriente. Nel­la società musulmana la schiavitù era una pratica corrente e nel corso della loro penetrazione sul continente africano gli arabi hanno fatto molti schiavi, trasferendoli al di là del Sahara. Nei testi degli scrittori arabi del tempo si tro­vano molti accenni alla tratta dei neri. Ibn Battuta, ad esempio, che ha attra­versato il Sahara ed è arrivato fino a Timbuctù, afferma di aver visto enormi convogli di schiavi attraversare il deserto in dirczione della Libia. In uno dei suoi testi parla addirittura di 6000 donne.

La schiavitù praticata dagli arabi era comunque diversa da quella transa­tlantica che sarebbe stata intrapresa di lì a poco dai negrieri europei. Il tipo di produzione prevalente nei paesi arabi era diverso dal tipo di produzione av­viato nelle Americhe. Era ancora una produzione di tipo feudale e non pre-ca-pitalistico e capitalistico. Nei paesi arabi le donne razziate sulle coste africane venivano normalmente destinate agli harem degli emiri, dei capi musulmani, dei marabout e spesso potevano salire di grado e ricoprire funzioni anche molto elevate. In Egitto alcune di loro hanno avuto figli che sono diventati importanti leader politici e religiosi. Gli uomini erano abitualmente impiegati nei vari servizi domestici, ma potevano giungere a ricoprire anche cariche importanti, per esempio nell’esercito o nella vita politica. Sappiamo che il primo muezzin di Maometto è stato un nero. E così pure sappiamo che nell’e­sercito del sultano del Marocco vi erano da sempre molti neri. Anzi, a volte erano proprio loro a svolgere il ruolo decisivo nei vari conflitti che opponeva­no i principi arabi.

Una particolare categoria di schiavi era quella degli eunuchi, destinati a servire negli harem dei sultani e dei principi arabi. In Africa – per esempio, in territorio mossi – esistevano veri e propri centri specializzati nel reclutamento e nella formazione degli eunuchi, che venivano poi commercializzati verso i paesi arabi. Anche gli eunuchi potevano raggiungere posizioni elevate. Penso comunque che molti di loro avrebbero preferito vivere più modestamente e conservare la loro virilità.

Riguardo alla tratta praticata dagli arabi si deve notare un aspetto molto importante. Gli africani venivano fatti schiavi non in quanto africani, in quan­to neri, ma unicamente in quanto non musulmani. Se accettavano di diventare musulmani potevano essere liberati e gradualmente affrancati. In ogni caso era prevista una procedura che poteva condurli a ricuperare la libertà perduta. E, del resto, anteriormente al XIX secolo la schiavitù praticata dagli arabi non ha mai comportato particolari forme di crudeltà. Solo allora si è registrato un vero e proprio crescendo di brutalità e barbarie nella raccolta degli schiavi in Africa orientale. Allora si cominciò ad assalire i villaggi di notte o alle prime luci dell’alba, a razziare tutto il possibile, ad incendiare i villaggi, a portare via le persone ritenute utili e ad uccidere senza pietà tutte le altre. Allora si cominciò a costringere gli africani a vendere l’avorio che possedevano o ad andare a cercarlo con battute di caccia, facendoli poi schiavi e costringendoli a portare loro stessi le mercanzie (avorio, materie prime e prodotti grezzi) fi­no alla costa, dove venivano vendute insieme ai loro portatori. Sono scene vi­ste e descritte ripetutamente da Livingstone e da Stanley.

L’Isiam ha certamente molto contribuito allo sviluppo della tratta dei ne­ri, ma si è trattato di una tratta per così dire artigianale rispetto a quella “indu­striale” transatlantica avviata e praticata dai paesi cristiani. Solo eccezional­mente la tratta praticata dagli arabi è stata finalizzata alle piantagioni. Il caso più noto è quello relativo all’isola di Zanzibar, dove gli arabi hanno avviato estese coltivazioni di chiodo di garofano (spezie importata), impiegando schiavi razziati sul continente africano. E dato che la vita di uno schiavo era molto breve (in genere 10-15 anni, 20 al massimo) essi dovettero provvedere alla manodopera necessaria con regolari immissioni di “legno d’ebano”, fa­cendo globalmente un consistente numero di schiavi sulle coste e nelle regio­ni interne prospicienti l’isola di Zanzibar.

La tratta praticata dall’Europa è stata certamente più consistente, più du­ratura e più crudele rispetto a quella araba. L’Europa era più avanzata sul pia­no tecnico e militare rispetto ai paesi arabi e disponeva di armi più sofisticate. Questa maggiore potenza ha permesso ai paesi europei di fare un maggior nu­mero di schiavi e di trasportarli, in mezzo a inaudite sofferenze, fin nelle lon­tane Americhe. Mentre la tratta musulmana presentava un carattere piuttosto familiare, domestico, parentale, quella organizzata dagli europei rivelò fin dall’inizio un carattere decisamente industriale. Mentre gli schiavi fatti dagli arabi erano impiegati soprattutto come domestici, quelli fatti dagli europei fu­rono destinati fin dall’inizio soprattutto al duro lavoro delle piantagioni.

La colonizzazione del Nuovo Mondo aveva dato luogo a veri e propri genocidi di indigeni, per cui si sentì ben presto il bisogno di rimpiazzarli con manodopera proveniente dall’Africa. Alla base della tratta vi furono soprat­tutto ragioni di natura economica, ma non mancarono neppure motivazioni teologiche. La discussione se i neri avessero o meno un’anima era di natura teologica, anche se i suoi risvolti erano eminentemente pratici. Se i neri non avevano un’anima si poteva commercializzarli tranquillamente, senza scrupo­li; e se avevano un’anima bisognava fare di tutto per salvarla. E poiché non si era ancora in grado di penetrare all’interno del continente africano – lo si farà solo con la colonizzazione nel XIX secolo – allo scopo di evangelizzarli e sal­varsi si doveva condurli verso altri lidi (le Americhe). Così ci si convinse che si doveva riunire il maggior numero possibile di neri e trasportarli altrove. Inizialmente, furono trasferiti in Europa, soprattutto in Spagna e Portogallo, ma anche in diversi altri paesi del Mediterraneo e, in un secondo momento, verso le Americhe, avviando così il ben noto commercio triangolare. E nelle piantagioni di cotone e di canna da zucchero i neri diedero un contributo de­cisivo al decollo e all’avanzamento della rivoluzione industriale europea e americana.

Nel corso di quattro secoli la tratta ha sradicato un gran numero di afri­cani, spopolando e dissanguando il continente. Si sono utilizzati diversi meto­di per calcolare il numero degli africani che sono stati sottratti all’Africa nei secoli della tratta. Le cifre oscillano fra 20 e 100 milioni. Al riguardo, alcuni storici tendono a giocare al ribasso e contestano le cifre comunemente addot­te. Naturalmente il numero, qualunque esso sia, va rapportato alla popolazio­ne africana del tempo e non a quella odierna. E non bisogna neppure dimenti­care che la tratta è continuata ininterrottamente per diversi secoli. Personal­mente penso che si debba considerare soprattutto l’aspetto strutturale, qualita­tivo del fenomeno. La tratta ha riguardato la parte più vitale, dinamica e in­ventiva della popolazione: gli uomini più robusti e vigorosi, i giovani, un cer­to numero di donne fra le più sane e robuste. I vecchi e i bambini non interes­savano. I bambini, in particolare, venivano separati dalle loro madri, lasciati nei centri di raccolta dei negrieri, ma spesso uccisi e gettati in mare, quando nascevano durante la traversata sulle navi negriere. La tratta è stata una sorta di mega-emorragia della popolazione africana che ha dissanguato il continen­te africano e lo ha handicappato definitivamente fino ai nostri giorni. La tratta va vista non solo in termini quantitativi, ma anche e soprattutto in termini qualitativi.

Giunti nelle Americhe gli schiavi perdevano il loro nome e venivano ri­dotti allo stato di animali. Le donne, non particolarmente numerose ma molto robuste, finivano spesso in centri di riproduzione degli schiavi. Venivano concentrate e utilizzate come “fattrici”, proprio come si fa nella produzione dei cavalli o dei bovini. Non c’era nessuna forma di norma o legge a tutela degli schiavi. Una volta che il proprietario aveva acquistato lo schiavo poteva farne tutto ciò che voleva: ucciderlo, mutilarlo, tagliargli la lingua per il pia­cere di essere servito in silenzio. Ho letto centinaia di libri sull’epoca della tratta. Sono tutti pieni di storie allucinanti.

Sul versante africano, i capi si sono adattati alla tratta dei neri, a volte sono entrati essi stessi nel gioco e vi hanno partecipato. Spesso si afferma che erano gli stessi africani a vendere i loro fratelli ai negrieri. In realtà, vi sono stati molti capi neri che si sono rifiutati di farlo e proprio per questo sono sta­ti maltrattati e a volte uccisi. È comunque indubbio che venne a crearsi un si­stema di complicità fra i re neri che accettarono di entrare nel sistema e gli stranieri (commercianti, negrieri), che recavano manufatti, ma anche alcool e armi. A volte si compravano gli schiavi (“legno d’ebano”) pagandoli sempli­cemente con alcool (rhum), vecchi indumenti dismessi ricuperati nei solai o nelle cantine delle case europee o armi. Nel caso degli indumenti ciò che ve­ramente importava era il colore. Dovevano avere colori vivaci, perché i re e i dignitari amavano sfoggiare colori vistosi nelle loro apparizioni in pubblico. Spesso si faceva credere ai capi africani che in Europa si potevano acquistare armi solo dando in cambio degli schiavi. E la disponibilità di armi da parte dei capi africani non faceva che accrescere il clima generale di insicurezza e instabilità. Si andavano a scovare le persone nei villaggi, nelle abitazioni, in­seguendole fin dentro la foresta. Questo costringeva la gente ad abbandonare i villaggi e a condurre una vita raminga e randagia, bloccando così la normale evoluzione della società africana. Senza stabilità non può esistere civiltà. La civiltà è figlia del numero e di una certa stabilità. Non esiste possibilità di ci­viltà quando le persone sono costrette continuamente a chiedersi se esisteran­no ancora l’indomani, se potranno essere ancora lì dove si trovano in quel momento. Il generale clima di instabilità ha deresponsabilizzato gli africani. Una persona che si sente continuamente braccata, che vive in condizioni di estrema instabilità e precarietà, non può produrre e costruire nulla. Solo rima­nendo a lungo (decenni, secoli) nello stesso luogo, insieme alla propria fami­glia, si ha voglia di realizzare qualcosa di stabile e duraturo. Così si è smesso di costruire con materiali durevoli e si sono moltipllcati i villaggi costruiti con materiali leggeri, villaggi che potevano essere facilmente abbandonati da un giorno all’altro senza grosse perdite. Il generale clima di instabilità pro­dotto dalla tratta dei neri ha indotto la gente a rifugiarsi nei luoghi più lontani ed isolati, nei recessi più inospitali (montagne, foreste, laghi), ritornando così a costruzioni assolutamente primitive (ripari di fortuna, palafitte) e al tempo della preistoria. Naturalmente la tratta non ha operato allo stesso modo in tut­te le regioni africane. Il suo impatto è stato maggiore in certe regioni, minore in altre e praticamente nullo in altre ancora.

L’avvento della colonizzazione è servito a porre fine alla tratta, ma non ha sostanzialmente cambiato la situazione. Si è cessato di razziare gli africani per condurli oltreoceano, ma si è continuato a dominarli e a soffocare ogni lo­ro tentativo di resistenza, abbandonandosi a volte ad efferati genocidi. Le ar­mi tradizionali africane non erano più in grado di resistere alle armi da fuoco dei colonizzatori, i quali se ne servirono abbondantemente per spartirsi l’Afri­ca e soffocare nel sangue ogni minimo cenno di insubordinazione da parte degli africani. Potrei citare moltissimi esempi. In Africa australe i tedeschi hanno eliminato circa il 50% della popolazione herero. In Alto Volta, il mio paese di origine, i francesi hanno perpetrato il genocidio del popolo shan. Le tecniche erano quasi sempre le stesse. Si bruciavano i campi di miglio, i gra­nai e si impediva alla gente di accedere ai pozzi dell’acqua. All’arrivo dei fu­cilieri, la gente scappava dai villaggi e si rifugiava in foresta. Allora i fucilieri si installavano attorno ai pozzi e uccidevano la gente che, spinta dalla sete, usciva allo scoperto e si avvicinava ai pozzi. Pensate la crudeltà! Si attirava la gente all’acqua per ucciderla. E quando la gente si rifugiava nelle grotte, i mi­litari accendevano dei fuochi al loro ingresso e l’asfissiavano con il fumo, tra­sformando così le grotte in vere e proprie tombe naturali. In un caso un grup­po di fucilieri francesi ha proseguito la propria corsa fino in Ciad, massacran­do tutti coloro che ha incontrato sulla sua strada. Voleva imitare i re africani e ritagliarsi un regno nel Sudan occidentale, ma alla fine tutti i suoi componenti impazzirono. E la Francia dovette mandare addirittura un colonnello per cer­care di sottometterli. Quando il colonnello li raggiunse nel nord dell’attuale Niger, essi lo uccisero. Allora i soldati africani che si erano uniti al gruppo ri­tirarono il loro impegno di fedeltà e obbedienza e, forti del fatto che  il loro luogotenente e il loro capitano avevano ucciso il colonnello, li uccisero. Quelli erano tempi di indicibili violenze, durante i quali si commisero auten­tici genocidi.

Solo più tardi il Lavigerie e altri insieme a lui, in Africa e in Europa, co­minciarono a rendersi conto che di quel passo si sarebbe rapidamente svuota­ta l’Africa di tutta la sua sostanza. Ma era già il tempo in cui si cominciava ad avere bisogno della popolazione africana, non foss’altro che come sbocco della produzione industriale europea. Alla tratta dei neri si è posto fine non solo per motivi ideali, buona volontà e pietà verso gli africani. Nelle file degli abolizionisti sono sempre esistiti uomini generosi, veri e propri umanisti che si sono battuti per la soppressione della schiavitù. Anche al tempo della Rivo­luzione francese vi sono state persone, certamente non numerose, che chiede­vano l’abolizione delle colonie per una ragione di principio. Ma anche nelle file di coloro che erano favorevoli alla tratta vi erano persone molto in vista, addirittura dei filosofi (per es. Voltaire), le quali pensavano che i neri non fos­sero esseri umani. Voltaire si scusava dicendo: “Chi accetta di avere un pa­drone è nato per avere un padrone”. Si trattava in genere di persone che ave­vano degli interessi nelle colonie e che giudicavano la cosa assolutamente normale.

Faccio parte di una commissione dell’OUA (Organizzazione dell’Unità Africana) che si occupa delle riparazioni dei torti fatti all’Africa nel corso de­gli ultimi quattro secoli. La commissione è stata creata alcuni anni fa ed è sta­ta voluta per indurre a riflettere non tanto sui danni materiali (aspetto quanti­tativo), quanto piuttosto sul grave torto fatto all’Africa con la sistematica vio­lazione dei diritti umani della persona del nero africano (aspetto qualitativo). È questo il vero problema. Il nero africano è stato trattato in modo tale che in lui e attraverso di lui è stata calpestata, umiliata, sradicata la specie umana. Nel mio intervento alla commissione ho sottolineato proprio questo aspetto. L’aspetto importante non è quello finanziario, ma quello del mancato rispetto dei diritti umani. Ho detto che come si è riconosciuto il genocidio e l’olocau­sto degli ebrei, così si deve riconoscere il genocidio e l’olocausto del popolo africano. Eppure finora nessuno in Occidente pone queste due realtà sullo stesso piano. Anche i neri americani hanno sollevato questo problema negli Stati Uniti, ma non hanno ottenuto lo stesso succe ;so che ha avuto la diaspora ebraica. Comunque pian piano qualche dirigente europeo comincia a chiedere scusa. Anche il papa, nella sua visita alla casa degli schiavi nell’isola di Gorée (Senegal) ha chiesto perdono. E lo stesso Clinton, in occasione del suo ultimo viaggio in Africa, vi ha fatto qualche vaga allusione. Probabilmente si temono le conseguenze che potrebbero derivare dal riconoscimento di questo torto fatto alla specie umana nella persona dei neri. Ma sul piano storico si tratta di una vera ingiustizia fatta ai neri e prima o poi bisognerà riconoscerlo. Naturalmente non bisogna imputare tutto alla tratta dei neri o alla colo­nizzazione. Gli africani hanno certamente avuto la loro parte di responsabilità e anche gli attuali dirigenti africani hanno la loro parte di responsabilità. Ma non bisogna dimenticare l’impatto della tratta e della colonizzazione. Esse hanno lasciato delle tracce fin nel subcosciente dell’uomo africano: mancanza di fiducia in se stesso, mancanza di rispetto per se stesso. L’immagine che un uomo ha di se stesso è un elemento essenziale per il suo sviluppo. Se non si ha una buona immagine di se stessi non ci si può sviluppare correttamente. Solo un trattamento psicanalitico potrebbe evidenziare quanto resta ancor og­gi nella psiche degli africani dei maltrattamenti subiti per secoli da parte degli europei. Dopo aver privato per secoli gli africani di ogni responsabilità e averli trattati come bambini, come minorenni, oggi si vorrebbe che si dimo­strassero attivi, intraprendenti, pieni di iniziativa! Non penso che questo sia sempre possibile.

Conclusione

Le conseguenze di oltre quattro secoli di relazioni squilibrate e distorte fra l’Europa e l’Africa non appaiono a livello di indicatori macro-economici. Oggi si afferma che l’Africa sta uscendo dal caos, dal sottosviluppo. Si dice che il suo tasso di crescita è mediamente del 5-6% annuo. Per alcuni paesi africani si parla addirittura di un tasso di crescita a due cifre (10% e oltre). Ma tutti sanno che questo non corrisponde assolutamente alla realtà. Negli ul­timi decenni l’Africa ha registrato un progressivo impoverimento. Il Burkina Faso viene presentato come un paese modello quando il 46-47% della sua po­polazione sì trova al di sotto della soglia di povertà e il 28-30% vive in condi­zioni di miseria (dati PNUD). Oggi esiste certamente una ristretta minoranza di africani che sta avanzando e si sta arricchendo, ma bisogna considerare il quadro globale e non fermarsi a qualche dato isolato (inflazione, esportazio­ni…). I dati statistici macro-economici non hanno alcun rapporto con la realtà. Fanno parte di quello che io chiamo “sviluppo statistico”.

Si continua a dire che le cose si aggiusteranno, ma quando? Certi paesi africani sono in situazione di aggiustamento strutturale da 10-15 anni e non si nota alcun cambiamento, alcun miglioramento, soprattutto a livello della popolazione. I costi umani delle popolazioni africane sono molto elevati. Gli africani hanno partecipato numerosi alla prima e alla seconda guerra mondia­le e si aspettavano un qualche riconoscimento dall’Occidente.

In Africa, il commercio delle armi continua ad essere una tragica realtà. Le mine antiuomo mietono vittime ogni giorno. Durante la guerra fredda i trafficanti di armi le vendevano su entrambi i fronti. I soldi non hanno odore, ma anche il sangue umano non ha odore.

Oggi la situazione africana è molto grave. Con il suo 15% della popola­zione mondiale l’Africa porta la maggior parte del fardello delle miserie uma­ne. Il 60% dei malati di aids si trova in Africa (le Monde parlava addirittura dei due terzi). Il 50% dei rifugiati del mondo è costituito da africani. L’Africa sta portando un fardello delle miserie umane molto pesante.

Gli africani fanno fatica a credere al nuovo partenariato di cui si parla. Esso può certamente avvenire in certi settori ben delimitati, ma la situazione globale dell’Africa resta critica. Penso che a salvare veramente l’Africa non saranno i fondi che si continua a riversare in essa. Salveranno delle vite uma­ne, permettendo loro di sopravvivere, ma non salveranno la vera vita dell’A­frica, la sorte dell’Africa in quanto autentico partner sulla scena mondiale.

Ciò che veramente importa non sono i mezzi, ma le condizioni. Occorre anzitutto creare le condizioni perché l’Africa possa ritornare ad essere se stes­sa. È questa la priorità delle priorità. Non si tratta di aumentare i mezzi. Lo si può fare, ma non sarà questo a Gambiere la realtà. Bisogna permettere all’A­frica di ricostituirsi, bisogna aiutarla a costituirsi. L’Africa deve essere prima di avere. L’Africa deve anzitutto essere per avere (qualità di vita, tasso dei consumi…). La costituzione dell’Africa è molto più importante di una qual-siasi costituzione presa a prestito dai paesi europei al momento delle indipen­denze. Le nostre attuali costituzioni sono molto belle da leggere, ma in prati­ca restano lettera morta.

Fra le varie condizioni al primo posto vi è quella della creazione (o ri­creazione) dello spazio africano autonomo.

Penso che la mondializzazione possa servire all’Africa se l’Africa si presenta sulla scena mondiale in tutta la sua statura, cioè come spazio auto­nomo. Se ogni stato africano va incontro alla mondializzazione separata­mente così come si presenta oggi, non vedo alcuna reale prospettiva di futu­ro per l’Africa. Noi “non esistiamo”. Il peso di ciascuno dei nostri stati, pre­so a sé, è nullo. Nel commercio mondiale il peso dell’intera Africa è sì e no il 2%. E se tutta l’Africa pesa il 2%, che dire di ogni singolo stato? Il peso del Burkina Faso nel commercio mondiale è infinitesimale. Il Burkina Faso da solo non può fare assolutamente nulla per salvare l’essere umano, il nero africano, neppure quello che abita all’interno del suoi confini. La mondializ­zazione diventa significativa solo attraverso la regionalizzazione. L’Europa si è data una struttura regionale e l’Unione europea è una realtà. L’Asia si è data una struttura regionale. Lo stesso dicasi dell’America settentrionale e dell’America meridionale. Ovunque ci si regionalizza per affrontare al me­glio il mercato mondiale, una realtà contro la quale è impossibile andare. Ma occorre dare un contenuto alla regionalizzazione. Se non si sta attenti, l’A­frica mancherà ancora una volta il suo appuntamento e si continuerà a fare dell’inclusione-esclusione, invitando gli africani ad entrare nel mercato mondiale allo scopo di espellerli dal mercato mondiale, di usarli, di annien­tarli. Se l’Africa non entra nel mercato mondiale come Africa, come spazio autonomo, non c’è speranza.

Alcuni africani spingono per la creazione di una moneta unica africana. Ben presto il franco CFA, legato tradizionalmente al franco francese, dipen­derà dall’euro e tutto questo non farà che allontanare il momento in cui gli africani potranno prendersi concretamente e realmente in mano. I maliani hanno condotto le loro lotte per l’indipendenza all’insegna di questo slogan: “Ci siamo presi noi stessi” (cioè, abbiamo preso in mano le nostre faccende, la nostra storia). È così che hanno tradotto il concetto di indipendenza: pren­dere in mano le proprie faccende, reggersi in piedi da soli. Ora è proprio que­sto che ancora manca in Africa. È ora che gli africani francofoni creino la lo­ro propria moneta e giungano finalmente alla maturità.

La realizzazione della regionalizzazione e del decentramento rappresen­teranno una una grande speranza per l’Africa. Naturalmente, occorrerà anche la democrazia, la formazione… Sono tutte condizioni strutturali necessarie per cambiare le cose e far camminare l’Africa sui suoi piedi. Dice un proverbio africano: “Non si misura la profondità di un fiume con due piedi”. Chi lo fa­cesse rischierebbe di grosso. Penso che oggi l’Africa non debba misurare la profondità della mondializzazione con i suoi due piedi.

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