Cambiare approccio nella protezione dei bambini nelle comunità rurali africane

La costruzione artificiale dell’infanzia è nata in Europa tra il XVII e il XIX secolo. Durante questo periodo l’infanzia è stata costruita come una fase della vita distinta e separata dall’età adulta. I bambini avevano bisogno di un ambiente che permettesse loro di giocare, ricevere un’istruzione formale ed essere liberi dal lavoro. Questi sono stati i principi ispiratori che hanno poi dato vita alla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia (UNCRC), una costruzione giuridica uniforme di ciò che dovrebbe essere un’infanzia, indipendentemente dalla caratteristiche e peculiarità delle società.  

Al contrario, nelle società africane, ma non solo,  tradizionali, i bambini imparano a conoscere i modi della loro comunità attraverso le tradizioni familiari. Lavorano insieme agli adulti nella routine quotidiana. I bambini sono quindi visti come attori sociali che agiscono per il bene collettivo, piuttosto che orientati verso interessi individuali. Principi inseriti nella Carta africana dei diritti e del benessere dei minori, all’art.31 che si differenzia dalla Convenzione Internazionale, ma che vengono  ignorati.

Le ONG, anche quelle africane incentrate sull’infanzia,  che dipendono altresì dai finanziamenti dei  donatori internazionali,  utilizzano quasi esclusivamente le linee guida della Convenzione UNCRC. Poca attenzione viene data alla conoscenza indigena sull’infanzia e alla sua inclusione, negli interventi rivolti ai minori.

In un recente studio, condotto in una comunità rurale del Ghana, sulle ONG incentrate sull’infanzia, che utilizzano le linee guida della Convenzione, è stato evidenziato che le stesse non prestano attenzione alla conoscenza indigena sull’infanzia e al processo di inclusione della stessa nella comunità di riferimento. I risultati dello studio mostrano che le prospettive dei genitori sulla protezione dei bambini erano fondamentalmente diverse da quelle promosse dal personale della ONG e dell’UNCRC, che è spesso influenzato dalla narrativa occidentale dei diritti dei bambini e dell’illegalità del lavoro minorile.

Le interazioni con i genitori hanno rivelato che il lavoro dei bambini era semplicemente essenziale per la loro integrazione nella comunità locale. Infatti dopo l’intervento della ONG i genitori hanno continuato a impegnare i propri figli nel lavoro .

Rifiutare a priori la “pedagogia” locale  e trattarla come ostacolo allo sviluppo dell’infanzia non funziona e , soprattutto, non porta nessun beneficio alla comunità. Le ONG dovrebbero considerare la realtà contestuale, la conoscenza locale e le ragioni che ci sono dietro alle pratiche dell’infanzia. Diffondere la conoscenza che sia pratica e in grado di spostare i genitori dai vecchi modi di prendersi cura dei bambini.

Libera traduzione di Chiama Africa dell’articolo di Sampson Addo Yeboah  The Conversation

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